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Galeotto è stato il letto di Tracey Emin.
Qualcuno, dopo l’asta di Christie’s della sera del 1 luglio, si è fatto la domanda che in molti si fecero quando Rauschenberg appese a sua volta alla parete il suo letto, negli anni ’50: può un giaciglio sfatto e colmo di bottiglie, preservativi, sigarette e vestiti stropicciati essere un’opera d’arte? Lo è eccome! è la risposta, anzi: è la massima opera d’arte, visto che vale oltre 2 milioni e mezzo di sterline (Emin).
A cosa è dovuta questa riflessione? Al fatto che anche la stampa generalista si accorge ora, e ci riferiamo al bell’articolo firmato da Dario Pappalardo stamattina su Repubblica, che il sistema dell’arte è un brand. E che ha formato una bolla che non accenna a diminuire anzi, è in continua espansione. Solo poche sere fa a Milano si è presentato Fairland, il libro commissionato da miart per tracciare un panorama del mercato dell’arte attraverso le sue kermesse, e oggi si scopre che «il mercato dell’arte, con quello della droga e della prostituzione è quello più fiorente e incontrollato del momento, in tutto il mondo». Una novità? Non proprio, ma fa rumore perché a dirlo, riportato da Pappalardo, è Matthew Carey-Williams, curatore di White Cube in un’intervista a Georgina Adam di The Art Newspaper.
Cosa significa? Significa che con buona pace di tutti il sistema fa le carte, le mischia e decide chi saranno i propri jolly-artisti (che da molto tempo contano decisamente meno dei loro galleristi).
Il sistema, questo immenso “mostro” che le anime pie piangono per la mancanza di umanità e meritocrazia porta il volto di Larry Gagosian, il più gallerista dei galleristi con le sue 13 sedi nel mondo e in grado di lanciare artisti anche esponendoli nel cesso, come è accaduto con Dan Colen, classe 1979, che dal 2006 a oggi ha visto le sue quotazioni salite del 12mila per cento. E poi c’è François Pinault, che non è solo colui che ha aperto due dei più bei musei italiani privati a Venezia dove ci fa vedere, a tempi alterni, la potenza e la magnificenza della sua collezione, ma che è anche, guarda caso, il padre di Christie’s. E poi c’è, nell’elenco, anche Peter Brant la cui collezione di opere di Andy Warhol ora è in mostra a Roma.
Sugli artisti sappiamo bene che Damien Hirst e Jeff Koons (che attualmente ha una retrospettiva al Whitney di New York) non sono superati da nessuno, anche se alcuni giovani potrebbero dare del filo da torcere sul lungo percorso: oltre a Dan Colen c’è Matthew Day Jackson e soprattutto Oscar Murillo, già venduti per milioni in asta. Eppure, quello che potrebbero subire i figli rispetto ai padri, è che questi ultimi sono riusciti ad entrare nel mercato creando loro stessi la bolla, essendone i co-autori, mentre i piccoli la stanno in qualche modo subendola come pedine.
Cosa significa tutto questo? Forse nulla di particolare, se non quello che già gli addetti ai lavori conoscono da tempo. Ribadendo a distanza di poche ore quello che si è detto alla Triennale durante il talk di Fairland: volenti o nolenti il sistema è talmente forte che resiste sulle proprie gambe. Basilea non cesserà il proprio potere, anzi, porterà avanti la sua “filosofia” di espansione brandizzando luoghi e mercati e gallerie, che a volto volta brandizzeranno artisti. Sempre i soliti, in dozzine di fiere attive tra Hong Kong e New York, passando per la Svizzera. I padroni dell’arte sono tornati? Non scherziamo: non se ne sono mai andati, e non sono mai stati fermi. Facendo scacco matto.




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