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“Sleepless” è il titolo, e in effetti – anche se si tratta di letti – il sonno c’è un po’ da perderlo. Perché trattasi di una mostra al 21er Haus di Vienna, curata da Mario Codognato, che fino al prossimo giugno mette insieme una serie di esempi intorno a quell’oggetto emblematico che da Rauschenberg in poi ha affollato la storia dell’arte degli ultimi 50 anni e passa: il letto. Letti di passione, politici (come quelli di Yoko Ono e Jhon Lennon, che dichiaravano un “Fate l’amore e non la guerra”, terreno e luogo di concepimento, nascita, di cura, di abbandono. Letti milionari e zeppi di polemiche, come quello di Tracey Emin, giaciglio per leccarsi le ferite sul quale a cadenza regolare nascono nuove teorie, idee, polemiche.
I letti sono forse uno degli oggetti più riprodotti nell’arte, proprio perché in grado di prestarsi alle metafore più comuni delle condizioni umane, proprio come il miracolo inspiegabile della vita che inizia ancora, quasi sempre, su un
letto. Da Lavinia Fontana a Robert Gober o Sherrie Levine, a Vienna – finalmente – una ricognizione esemplare, dopo tesi e antitesi per mettere una nuova luce in “camera da letto”. Affollata da Nobuyoshi Araki, Diane Arbus, Lucian Freud, Yayoi Kusama, Jannis Kounellis, Antoni Tàpies, Rosemarie Trockel, Egon Schiele, Jürgen Teller o Franz West, Mona Hatoum, Damien Hirst, Jim Lambie e Sarah Lucas. Oltre, ovviamente, a lei: Tracey, regina del letto.














