11 dicembre 2018

I meriti speciali che avrà ancora quel libro. Raffaele Gavarro ricorda Enrico Crispolti

 

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Sono i primi anni del decennio dei Novanta e incontro il Professor Crispolti in via di Ripetta per la preparazione di una monografia su Santo Tomaino, pittore calabrese emigrato a Torino. Mi sono appena laureato a Roma con una tesi sulle scenografie teatrali di Fortunato Depero, e mi trovo seduto di fronte al massimo esperto del Futurismo. Non è difficile immaginare quale fosse il mio stato d’animo. Sono lì che racconto con linguaggio incerto le poche cose che ho capito del lavoro di Tomaino, e lui, il Professore, dopo nemmeno un quarto d’ora, con l’immancabile sigaro in bocca, mi dice come se fosse la cosa più normale del mondo, – Allora, scriverai anche tu un testo sul libro. E io, – Sicuro? Davvero? Sinceramente, non so se sarò in grado! Nemmeno mi guarda, ma rilancia, – Certo che lo sarai. Scrivi il testo e ti prepari agli esami per entrare alla Scuola di Specializzazione di Siena. E io, – Beh si, sarebbe una bella cosa, mi piacerebbe continuare a studiare, anche se non l’avevo messo in conto. 
Quelle due cose, quel primo testo e la Scuola, hanno segnato profondamente e definitivamente la mia vita. Mi sono così reso conto, molto tempo dopo, che gli anni passati tra Siena e l’archivio di via Ripetta, hanno rappresentato l’attraversamento della mia linea d’ombra, con quel ritardo anagrafico che ha caratterizzato praticamente tutte le cose significative della mia vita. Anni nei quali ho incontrato persone con le quali avrei stabilito importanti rapporti di amicizia. Viviana Gravano, Cristiana Perrella, Carlo Alberto Bucci e quel Luca Beatrice con il quale non mancavo d’incrociare alla prima occasione la spada sotto lo sguardo divertito di Enrico, che lo chiamava il critico con le pistole e che non mancava di indicarmi, bontà sua, le mie diverse qualità. Anni nei quali, tutti noi, facevamo una fatica del diavolo a trovare una precisa identità professionale nel primo momento di significativa e ampia trasformazione della figura del critico in quella del curatore. 
Avevamo un maestro che della militanza aveva fatto non solo un metodo teorico ma una prassi di vita, un modo etico di essere parte dell’arte in divenire. Difficile abbandonare, o anche solo coniugare, quella dualità teorico-pratica rappresentata dalla critica militante, a favore di un approccio curatoriale che già allora s’intuiva dovesse corrispondere ad altre necessità. E infatti negli anni a venire, e come al solito in ritardo, è stato per me inevitabile riconoscere che in quella dualità c’era molto, moltissimo, della mia stessa natura. 
Così, tra le tante cose personali e di studio, che mi sono portato dietro, non sempre consapevolmente, c’è senz’altro il lavoro e le riflessioni di Enrico sul ruolo politico, sociale, dell’arte, delle quali ha lasciato compiuta traccia in Arti visive e partecipazione sociale (De Donato Editore, 1977), e nel quale confluirono innovative esperienze espositive partendo da Volterra 73 e fino alla sezione italiana della Biennale di Venezia del 1976. Una questione questa delle relazioni tra arte e politica, del ruolo sociale dell’arte, che oggi io, come molti altri, stiamo affrontando cercando di ritrovare il bandolo di una matassa dell’arte sempre più intricata. 
Ecco, volevo solo arrivare a dire questo, che tra le tante cose per le quali verrà ricordato il Professor Crispolti, quel libro ha dei meriti speciali e non mancherà di essere d’aiuto alle riflessioni di molti di noi. (Raffaele Gavarro)

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