01 novembre 2018

Cartoline dal Medioevo. Percorso d’arte nel cuore d’Italia, dopo il terremoto: Matelica

 

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Matelica, Camerino, Fermo, sono solo alcuni dei tantissimi borghi medievali del centro Italia fuori dalle rotte del turismo di massa. Stretti dalla morsa delle vicine Assisi, Firenze, Roma, come sopravvivono, a due anni di distanza dal sisma? Dopo la ricostruzione promessa e mai davvero arrivata, in che modo stanno reagendo a questa lentezza farraginosa? Le nostre cartoline dal Medioevo cercheranno di raccontarvelo, almeno dal punto dell’arte, a partire da Matelica. 
Anche se si parla di paesi e borghi precisi, non sono realtà a se stanti, la loro storia non è mai separata dal resto del territorio. A dirla tutta, è esattamente il punto di forza di queste terre unirsi in un progetto comune. Come è stato appunto per “Mostrare le Marche” che, da luglio a novembre 2018, ha legato più città, come Ascoli, Fermo e Matelica. Mettersi insieme per rinascere è solo l’inizio di un progetto mai interrotto, che per esempio è in parte confluito, uscendo quindi dai confini territoriali, in un corso di formazione della Fondazione Zeri di Bologna, che abbiamo seguito e che si è incentrato principalmente sulle mostre, “Capolavori del Trecento. Il cantiere di Giotto, Spoleto e l’Appennino” e “Gubbio al tempo di Giotto. Tesori d’arte nella terra di Oderisi”. È del Medioevo, quell’età di cui ci sfuggono sempre i contorni, che si parla, quel momento della Storia in cui si stabiliscono grandi premesse per la nascita della civiltà figurativa europea. Un tempo che appare sfumato, più cose si rincorrono, l’arte carolingia, longobarda e, soprattutto, lo Stile Gotico che svetta soffiando da Nord, oltre al Romanico. 
A metà tra questi due grandi pilastri dell’arte medievale sta la prima storia fuori dal tempo, la mostra “Milleduecento. Civiltà tra Umbria e Marche al tramonto del Romanico”, a cura del professor Fulvio Cervini, in corso fino al 4 novembre al Museo ecclesiastico Piersanti di Matelica. In parte e inizialmente dichiarato inagibile per le scosse del terremoto, il piano nobile del museo è stato rimesso in sicurezza per l’occasione grazie all’azione di alcuni volontari e a un grosso sponsor. Ce lo conferma il sindaco e storico dell’arte, Alessandro Delpriori: «Riaprire ogni anno una parte anche piccola del Museo è un segno. Per noi fondamentale per riappropriarci di un pezzo di storia estirpata in poco più di 50 secondi». 
Tutta l’esposizione ruota attorno all’ambito della scultura lignea e al Cristo Triumphans di Matelica, pezzo per altro impreziosito dalla visita nel 1915 di Lionello Venturi che ne decreta la collocazione al museo, spostandola dalla vicina Cattedrale. Il focus dell’esposizione si innerva sulla declinazione del Cristo in croce e sulle diverse varianti tipologiche, con le iconografie del Cristo triumphans oppure patiens. Ma soprattutto vuole valorizzare il patrimonio locale, cercando però, in modo dinamico, di uscire dal localismo più strettamente marchigiano. Ciò che si vuole sottolineare è come lungo tutta la dorsale appenninica siano avvenuti processi artistici in senso plastico e scultoreo che, se certamente hanno investito tutta l’Europa, anche qui hanno trovato una inclinazione peculiare. 
Non si può negare l’esistenza di uno stile “milleduecento” in un’accezione umbro-marchigiana-toscana, tutto sommato appenninica, che in questi termini prescinde dal costituire un fenomeno soltanto nordico, precisazione rilevante questa, per gli sviluppi della ricerca. Per questo scopo accorrono anche alcuni pezzi dall’Abruzzo, dalla Toscana o da Milano e Torino, come i turiboli o incensieri (uno raffinato, dall’elegante decorazione a fogliame viene dal Bargello), alcune croci astili, cioè montate su un’asta in modo da essere portate in processione, diffuse in Toscana (celebri quelle di Castelletta, Cortona, Certaldo) e in molte regioni d’Europa, a testimonianza della diffusione di questa tradizione a metà tra il figurativo e la scultura monumentale. C’è poi un esemplare di tempera su tavola detto Testa della Vergine, attribuito ad Alberto Sotio, prestato dalla Pinacoteca di Brera, i cui rari, preziosi grafismi testimoniano stretti rapporti che intercorrevano tra la pittura e l’oreficeria. Per il tipo del Cristo triumphans sappiamo che, a un certo punto, nel corso del dodicesimo secolo, cede il passo al Cristo dolente ed ecco perché si affastellano diverse variazioni su questa iconografia. 
La mostra è stata complessa da realizzare, molti pezzi sono arrivati a fatica e molti sono stati anche quelli mancati, come il Cristo deposto di San Severino Marche e quello di Montemonaco. Quest’ultimo, collocato nell’unico museo aperto all’interno dei monti Sibillini, anche se essenziale come termine di confronto, forse era più giusto che rimanesse dov’era, per non privare la comunità dell’occasione rara di essere visitato durante l’estate, periodo di massima visibilità del territorio. Importante è pure sottolineare come sia stato necessario rinunciare al prestito del bellissimo crocifisso dipinto, miracolosamente illeso, proveniente da Arquata del Tronto, paese completamente distrutto e ora esposto ad Ascoli Piceno. La città ha accolto gli sfollati arquatesi e per questa ragione l’immagine della croce, rimanendo qui, è stata capace di cementare un senso identitario anche fuori dalla mura cittadine. Risultando cosi un’opera di devozione al suo massimo grado. È stato invece negato al progetto il prestito del crocifisso del Duomo di Camerino, edificio chiuso per il terremoto. La mostra avrebbe rappresentato un’occasione per salvare l’opera dal pericolo di ulteriori crolli, poiché non è stata rimossa e si trova nel deposito della cattedrale, probabilmente in zona rossa. È mancato, anche come termine di paragone al Cristo di Matelica, il Cristo di Casale Monferrato, negato perché di un certo peso perciò inamovibile. Nonostante i dinieghi e le rinunce però l’esposizione non perde prestigio. 
Matelica e il museo Piersanti, con i prestiti accolti e le lacune, nonostante le ferite del terremoto abbiano fatto emergere la fragilità del patrimonio locale, risponde quindi di nuovo a un piano di emergenza più umana e simbolica del territorio. Senza tralasciare però l’aspetto strutturale, dal momento che la rimessa in sicurezza è iniziata subito un anno dopo il terremoto. Il Piersanti fa fronte non per la prima volta a questa necessità: non dimentichiamo infatti, che è dopo il battesimo di Venturi che il museo riapre nel 1916 durante la I Guerra Mondiale, per tutta risposta quindi al dramma che porta con sé un evento come quello. Il significato di una mostra non è mai soltanto quello di esporre semplicemente una collezione ma è additare una via alla coscienza civile. Un museo come simbolo di resistenza a qualunque catastrofe, che ora e ancora, dopo il devastante sisma, risorge poco a poco. (Anna de Fazio Siciliano)

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