09 settembre 2018

L’arte è democratica? Un talk al “Festival della politica” di Mestre

 

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L’arte è democratica? Questa la domanda posta da Massimo Donà a Romano Gasparotti e Riccardo Caldura per l’ottava edizione del Festival della Politica di Mestre (6/9 settembre 2018), durante uno degli incontri che si coagulano in questi giorni a ritmo serrato negli interstizi della città.

Un tema intrigante che potrebbe aprire le porte a mille diversi approcci teorici e metodologici e che deve aver dato non poco da pensare anche ai relatori invitati al contraddittorio. Perché di questo, in un certo senso, si è trattato. Pur sapendo di poter sostenere entrambe le tesi, Riccardo Caldura ha incarnato il difensore di un’arte che si vuole, di per sé, radicalmente democratica, mentre Romano Gasparotti ha finito per farsi portavoce della tesi contraria.

L’arte sarebbe radicalmente democratica, sostiene Caldura, perché nel suo essere intrinsecamente comunicativa, ciò che comunica è un’incomunicabilità. Provoca la stupefazione dell’uomo di fronte al mondo, ha a che fare con l’ammutolimento, fa vivere un’esperienza che deve essere attraversata proprio in quel determinato modo per mantenere tutta la sua estrema intensità – se fosse spiegazione di qualcosa ci sarebbero strumenti più adatti a raggiungere lo scopo. La ragion d’essere dell’arte starebbe proprio nella sua capacità di comunicare l’inesplicabile.

La non democraticità dell’arte sostenuta da Gasparotti, invece, passa attraverso una focale diversa: il sostenere che non ci sia né l’esigenza né il bisogno di essere democratica per la stessa sfera della produzione artistica. Tanto più che, attraverso un excursus in grado di chiamare in causa da Nicolas Bourriaud al fondatore del Gutai Shozo Shimamoto, lo stesso concetto di autorialità verrebbe messo in discussione dal momento che l’artista non è più artista da solo, ma si appoggia sempre a forme già date, da ricombinare in un incessante processo di riproposizione dell’esistente.

Le sollecitazioni del pubblico hanno portato entrambi, poi, ad aprire i rispettivi punti di partenza per riflettere sull’idea di comunità come contesto necessario al nascere e allo svilupparsi della stessa pratica artistica, una cornice che ne è la principale ragion d’essere.

Pensando a quella distanza che invece rischia di crearsi tra chi crea e chi esperisce, va tenuto presente il divario tra il pensiero che dice e quello che mostra, tra la domanda spesso asfittica sul “che significa” e la reale apertura che porta a cercare dentro di sé un possibile punto di contatto.

 Se anche la necessità di possedere una tecnica per potersi dire artista farebbe propendere verso una non democraticità dell’arte, proprio perché solo chi sa fare dovrebbe essere poi in grado di creare, anche qui va tenuto conto del fatto che la tecnica da sola non può determinare la possibilità di assurgere al livello di artista, principale motivo di misconoscimento di questa prerogativa da tanta parte del panorama artistico contemporaneo.

Domande importanti, legittime; un praticare l’arte oratoria che è difficile da incontrare nelle piazze, che poi sono nate proprio dall’urgenza di far sì che i cittadini potessero rendersi partecipi della comunità di appartenenza. Un dialogo costruito per non essere totalmente esaustivo, ma consapevole di dover lasciare dei vuoti che chiamino altre parole. (Penzo + Fiore)

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