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Premessa: lo scorso agosto scorso il Museo Carlo Bilotti a Villa Borghese si è allagato e le opere della collezione permanente (tra cui De Chirico, Severini, Warhol, Rotella, Rivers) sono state portate nel deposito del Macro in sicurezza. Il Bilotti, ricordiamolo, fa parte dei Musei in Comune ed è stato fondato da Carlo Bilotti, imprenditore scomparso nel 2006 che decise di rendere pubblica la sua collezione nella sua città d’adozione, Roma. Un museo amato in città, e molto gestibile per i suoi spazi non colossali, che ha portato in scena mostre de De Kooning, Kounellis, Mafai, solo per citarne alcuni, e che è molto visitato.
Bene, quale è il problema oggi? Che sono passati otto mesi dall’allagamento e il museo è asciutto, ma le opere sono ancora inscatolate al Macro, in via Nizza. Problemi organizzativi di un trasporto che, all’atto pratico, costerebbe a Roma Capitale qualcosa come 500 euro. Eppure, forse, di sottofondo c’è anche qualche gioco politico oltre ad un’irrisoria cifra da versare. E che se non si deciderà a pagare per il ripristino della collezione permanente al museo potrebbe portare il Comune verso una bella, e ulteriore, gatta da pelare: danno erariale, sotto il giudizio della Corte dei Conti.
Perché? Perché la donazione Bilotti è modale e cioè sottoposta alla condizione dell’esposizione continuativa, e questa interruzione comporta la risoluzione automatica e la restituzione al trust americano dove Bilotti (nella foto in copertina con Roy Liechtenstein) aveva la sua ultima residenza e alla quale appartengono all’atto pratico le opere.
Che succederebbe, insomma, se gli avvocati statunitensi venissero a sapere in che stato è, anzi, non è, la collezione?
Basterebbero quattro mosse per far perdere a Roma e alla collettività un patrimonio valutato dalla stessa Soprintendenza 20 milioni di euro e che contiene anche l’unico doppio ritratto realizzato da Warhol Madre e figlia, e di cui solo un altro esemplare, con colori diversi, si trova nel museo dedicato all’artista a Pittsburgh.
Roma, davvero vuoi farti sfuggire anche questa occasione e rischiare di rimetterci la faccia un’altra volta? Già, come ben sanno gli addetti ai lavori, ci sono ben più di un paio di collezioni tenute in cantina, come quella d’armi donata da Odescalchi, inscatolata a Palazzo Venezia. Quella di Bilotti un posto ce l’ha, bello e funzionale, e ristrutturato come museo quindi impossibile da destinare ad altro. Vediamo di riportarcela, a costo di fare una processione con le opere portate a mano! O no? O forse abbiamo bisogno di tempo: le panche di Consagra in marmo donate da Enzo Bilotti (fratello di Carlo), prima di essere installate al museo rimasero in deposito per 6 anni…












