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La collezione vale parecchio, ma anche i 177 dipendenti dell’istituto bancario Dexia Crediop, la cui sede romana è in via XX settembre, pare abbiano i giorni contati negli uffici della filiale del colosso franco-belga-italiano che nel 2008 era stato travolto dallo scandalo dei derivati.
E insieme ai posti di lavoro anche l’arte potrebbe finire all’aria, forse liquidata, forse in Belgio, forse in Francia, nelle case-madri. Ma è chiaro che se l’istituto chiude i battenti, come pare, già nel 2016, sarà difficile allocarla da qualche parte. Magari finirà comprata da qualche altra banca, magari sarà parte di una fusione. Quel che è curioso è che la collezione della Dexia Crediop è stata nascosta quasi a tutti, ad eccezione di pochi pezzi esposti nel corso di varie mostre, anche se nel 2002 si era fatto un catalogo generale che aveva assolto almeno alla funzione del verificare quanto cospicua fosse questa raccolta, acquisita tra il 1986 e il 1993, senza un ordine tematico ma su un arco cronologico che va dagli inizi del XVI secolo fino all’età contemporanea, nella produzione italiana ed europea. Una collezione messa insieme per iniziativa dell’ex presidente Paolo Baratta, e che conta pezzi del Veronese, con Venere che disarma amore, di De Nittis, di Sironi e Fattori. La nebbia è fitta: un’asta? Una donazione? Una cessione? E almeno, per favore, fate una mostra!










