22 marzo 2015

Steve Reich e le scie techno nell’aria dell’Auditorium San Fedele. Ecco la seconda puntata di “Inner Spaces”

 

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All’Auditorium San Fedele di Milano è andato in scena il secondo appuntamento di “Inner_Spaces”, organizzato da San Fedele Musica e dal collettivo S/V/N, dal 2012 attivo nella città meneghina nella promozione di sperimentazioni, visive e sonore che siano. 
Dopo le sonorità cosmico-eteree di Bernard Parmegiani, in questo secondo appuntamento la scaletta è stata nettamente divisa in due. Inizia Francesco Zago, chitarrista sopraffino, con due pezzi lontani quanto accomunati da un basso ostinato di minimalismo, prima barocco, poi contemporaneo e quindi Henry Purcell (1659-1695) e Steve Reich (1936). Una chitarra suonata come fosse una spinetta, o un basso, a seconda di quello che l’atmosfera musicale richiedeva, in un connubio di tempo/controtempo difficile a districarsi. La sintesi? Esplorare quello che Steve Reich (uno dei compositori più autorevoli dei nostri giorni) chiama “phasing”, lo scomparire della musica nelle sue stesse note, quasi a creare una nebulosa intorno al suono. 
Dal minimalismo elementare e ricercato, all’industrial noise. Questo è stato il punto di forza della serata, creare un solco netto tra momenti storici e ricercatezze compositive, accomunate dai toni più o meno cupi. C’è da dire che le atmosfere barocche della musica di Purcell erano trilli gioiosi rispetto a quanto messo in scena dagli Emptyset con la performance Recur, in assoluta anteprima italiana. Chi è avvezzo a frequentare ambienti artistici e musicali, sa che il duo di Bristol (e cioè James Ginzburg e Paul Purgas), è spesso ospite in Italia: lavora con l’etichetta Raster-Noton, fondata nient’altro che dal noto Carsten Nicolai al secolo musicale, appunto, Alva Noto. La scorsa estate gli Emptyset erano tra gli artisti che si sono esibiti all’Electric Campfire di Roma, la rassegna che si tiene ogni anno nel giardino dell’Accademia Tedesca di Villa Massimo. Eppure, al chiuso, in una dimensione concertistica totalmente diversa, hanno riscattato ciò che vuol dire parlare di spazialità del suono. Tra note oscure e qualche volta acidule, si libravano fotoni nell’aria. Questo, anche grazie al lavoro visivo di Sam Williams, mai in ritardo, né troppo invadente. Il finale? Scie techno nell’aria, ma in fondo è concesso. (Eleonora Minna)

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