02 aprile 2015

Musica allo Spazio O’ di Milano. Ecco Roedelius, nell’ultima puntata della rassegna “Deapth”

 

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Quando a Milano si dice sperimentazione sonora non si può non parlare di O’, spazio no profit nato nel 2001 nel quartiere Isola, quando questo non era ancora rifugio di moderne mode barbose e perimetro “protetto” dal palazzo della Regione e dalla Torre Unicredit. Lì O’ inizia quindici anni fa, saldando la sua ricerca a quella della casa discografica Die Schachtel, che non può non chiamare alla mente il compositore romano Franco Evangelisti (1926-1980). È questo il punto: fare dello spazio una scatola dove si innescano fenomeni di varia natura, che è un po’ quello che Evangelisti insieme al Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, aveva cercato di fare con il concerto alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma nel 1967. 
Nella scatola dunque, banalizzando, avvengono cose. E come Evangelisti ha tenuto per tutta la sua vita un filo continuo con la Germania, quella Germania delle settimane musicali di Darmstadt, è una felice coincidenza trovare a Milano Hans-Joachim Roedelius, co-protagonista della vicenda teutonica dei Cluster che forse, senza l’apporto di quegli “ipercorrettismi” che furono di Stockhausen e Boulez a Darmstadt, non avrebbe avuto gli esiti che conosciamo. Un’attività musicale intensa, che parte negli anni ’70, puntellata di collaborazioni esclusive, come le numerose con Brian Eno, ed esibizioni, ad esempio quella a Kassel per Documenta 12 nel 2007. 
Ieri Roedelius allo Spazio O’ (in occasione dell’ultimo appuntamento della rassegna Daepth), si è esibito al sintetizzatore e al pianoforte. Una scenografia semplice, con il primo piano di una foresta che sembra immobile, invece è appena mossa dal vento. «La mia prima professione è stata quella del fisioterapista, quindi la condizione umana è la mia base», così Roedelius apre il concerto, e per parlare del suo modo di intendere l’uomo lo fa attraverso un minimalismo toccato con la punta delle dita, come farebbe appunto il vento con le foglie. Un set accompagnato da qualche digressione al pianoforte, volutamente molto controllato: nessuno stridulo, o sonorità fuori da un perimetro. Cos’è rimasto dunque del 4/4 del krautrock? L’ordine, la capacità di imporre quel controllo, anche se qualche accenno alle atmosfere industrial della Berlino anni ’70 qua e là ancora si faceva sentire, ma sempre opportunamente velato. E tra le ultime scie miste a calypso e funky dice «Potrei continuare a suonare tutta la notte, se volete», classe 1934. (Eleonora Minna) 

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