07 aprile 2015

“America is hard to see”: ecco come si sta preparando il Whitney alla sua, attesissima, apertura

 

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Se in Italia è Expo a tenere banco con le scommesse per la sua effettiva apertura, a qualche migliaia di chilometri oltre l’Atlantico c’è il Whitney Museum che apre il 1 maggio e che, giorno dopo giorno, aumenta l’attesa per la scoperta delle sue nuove sale di Meatpacking. 
Bene, oltre ai costi di gestione che lieviteranno per il triplicamento dello spazio del museo, ci sono anche una serie di particolari che stanno uscendo allo scoperto.
Per esempio che nell’edificio (costato 422 milioni di dollari), i curatori hanno lavorato a stretto contatto con Renzo Piano per creare un edificio su misura per la collezione, ma abbastanza flessibile per accogliere tutto ciò che gli artisti potranno sognare di produrre in futuro.
«Abbiamo concettualizzato l’edificio come opera d’arte totale», ha spiegato Donna de Salvo, capo curatore del museo. E anche i soffitti sono stati tirati su seguendo le necessità delle opere, come ad esempio V-yramid di Nam June Paik, 1982, alta 15 piedi e che sarà mostrata per la prima volta dopo decenni.
Già, perché la mostra inaugurale, “America is hard to see”, sarà una incursione in un secolo di storia dell’arte degli USA con una serie di lavori quasi inediti per il loro essere stati “nascosti” nei deposito per anni. «Bisognerà stare attenti perché quando si sta cercando la massima flessibilità c’è il rischio che si ottenga l’anonimato, ma penso si sia trovato il giusto equilibrio», spiega ancora De Salvo. 
La cifra spesa? Si è raccolta per il 99 per cento da privati e fondazioni pubbliche e dalla vendita degli ex uffici in Madison Avenue. Insomma, tanti auguri Whitney, che già vende i suoi biglietti. Almeno qui non ci sono a rischio inaugurazioni. 

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