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In fondo di questo si tratta nell’esposizione “Humanistic Nature and Society”: riflettere su quel che un grande passato culturale lascia come eredità per le generazioni a venire. Shan-Shui termine cinese per indicare montagne ed acque, e la corrispondente pratica del dipingere il paesaggio, legato tradizionalmente al pensiero taoista diventa ciò che può caratterizzare un nuovo umanesimo, che non attinge a matrici occidentali, ma a matrici profondamente orientali e soprattutto cinesi. Quella particolare attenzione che vi era un tempo nell’osservare l’armonia della natura e delle cose, sta trasformandosi in uno sguardo critico verso gli evidenti effetti negativi che uno sviluppo impetuoso ha generato in quel grandissimo paese. Come se ripensare un modello di sviluppo da tigre asiatica in grado ormai di concorrere con gli Stati Uniti, evidenziasse i limiti e le conseguenze di un urbanesimo che fa esplodere non solo le periferie della città, mediante un devastante consumo di suolo, ma alteri anche i tratti dei centri urbani demolendo quel che era sopravvissuto alla rivoluzione maoista. La mostra, nelle splendide sale di Palazzo Faccanon, a due passi da Rialto, è costruita in tre distinte sessioni: una riguardante testimonianze artistiche del passato; la seconda sessione, basata sul concetto di metamorfosi, riguarda il modo di generare una nuova immagine della realtà; la terza sessione si focalizza sulla proiezione al futuro di una “Shan-Shui Society”. La mostra è organizzata dallo Shanghai Himalayas Museum (www.himalayasmuseum.org), una istituzione non-profit, che sviluppa progetti artistici ed esposizioni internazionali con focus sull’educazione, la ricerca e lo scambio fra studiosi. (Riccardo Caldura)
Sopra: Fotografia di Wang Jiuliang












