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Sei progetti, un solo materiale, otto giovani artisti, una curatrice. Prende il via oggi a Roma, nell’ambiente sperimentale collettivo Spazio Y il progetto “6 di sabbia”, a cura di Alessia Carlino. Nato da un’idea dell’artista Francesco Petrone, propone una sperimentazione su un materiale affascinante e difficile, poco usato nella forma assoluta, in ambito artistico, per la sua precarietà e difficoltà a conservare la forma: la sabbia. Diversi gli artisti coinvolti, che si alterneranno nella manipolazione del materiale dal 13 maggio al 2 agosto 2015. Il 28 maggio si proseguirà con Micaela Lattanzio e poi con Elio Castellana, Maurizio Bartolini, Grazia Amendola e Alessandro Brizio, Piotr Hanzelewicz e Andrea Panarelli. Abbiamo fatto due chiacchiere con Petrone, che apre la mostra.
“La sabbia come elemento naturale di interazione, materia sedimentata da plasmare”. Come nasce il progetto 6 di sabbia?
‹‹Il progetto nasce da un’esperienza personale ed intima, poi è maturata come idea lavorando su una sorta di immagine “fotografica” malinconica e dolce, magica ed estemporanea. Che lavorasse su una memorie comune a tutti: artisti e visitatori. La sabbia come elemento forte, modellabile ma anche delicato e reversibile. La sabbia come alter/ego dell’acqua, la sabbia come elemento poetico e nostalgico, ma anche oggetto di un gioco infantile, impacciato per gli adulti. Un elemento naturale, ma anche industriale.
Una fotografia, un’immagine in cui ognuno, a partire dagli artisti, potesse riflettersi. E proprio coinvolgendo diversi artisti, ognuno con linguaggi diversi ed eterogenei, la sabbia assume forme diverse, intesa come elemento comune, ma anche di differente visione: di contenuto, di contorno, portante o estetica››.
Il tuo è il primo di 6 interventi, che animeranno la galleria per i prossimi tre mesi, cosa dobbiamo aspettarci? Al MAM abbiamo conosciuto le tue “pericolose” lumache…
‹‹L’immagine che mi ha sempre assalito, dalla nascita stessa dell’idea del progetto, è quella di un percorso immobile, fatto di animaletti lenti che invadono uno spazio ben delimitato, contenuto. Uno spaccato, un fermo immagine, un secchiello di sabbia abbandonato, in cui un fondo di sabbia raccontasse l’esterno, fatto di tempo che passa, di estati, di inverni che si alternano, rubando e raccogliendo storie legate al mare, alla sabbia, alla sua immagine iconica, alle impronte fatte e disfatte di un tempo scandito dalla memoria collettiva e personale.
L’ambivalenza dettata dalla compattezza della sabbia, alla sua caducità, dalla necessità di correre e percorrere il tempo, a quella di fermarlo per rendere eterno un sapore, un ricordo. E l’immagine del ricordo, è legato ad una piccola sfera souvenir, che nasconde un piccolo deserto marino da tenere immobile, quale antitesi della cittadina sommersa di neve da agitare››.
Spazio Y si afferma come incubatore di sperimentazioni e di proposte artistiche collettive. Che vuol dire passarsi di mano un materiale da manipolare?
‹‹L’elemento diventa un medium, che cambia a seconda dei percorsi umani, personali e artistici di ognuno degli artisti coinvolti. Con una base comune: il gioco ed il ricordo. In fondo una scusa per continuare a giocare protetti da un buon motivo, e da uno spazio accogliente, da condividere con artisti e visitatori. Senza il rischio di essere giudicati troppo adulti››. (Mariangela Capozzi)













Palette, secchielli, rastrelli, conchiglie, mamma mia quanta novita’ nel panorama artistico de Roma.
Davvero mai usata la sabbia nell’ arte? siete sicuri? aveta mai cliccato la parolina ephemeral art su google? vent’anni fa un famoso fotografo ha fatto il giro del mondo con le sue opere scolpite nella sabbia e poi cancellate dal mare, il tutto documentato con foto e video, e voi ve ne uscite con questa scampagnata di 6 artisti a giocare con la sabbia. una visione davvero avanguardista della cultura artistica contemporanea… ma a trovarvi un lavoro serio, non ci avete mai pensato? devo fare un trasloco e mi servono un paio di facchini, fatemi sapere. Peace.