14 maggio 2015

New York/Le fiere. Frieze: ecco come si presenta la main fair della primavera newyorchese. Tra grandi nomi, anche italiani

 

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Nella giornata di preview Frieze è affollatissima, come non potrebbe essere altrimenti per una fiera che è diventata in una manciata di anni un vero e proprio must nel panorama intercontinentale (si, è proprio il caso di dirlo) dell’arte contemporanea. Ma andiamo subito al sodo, e iniziamo un bel tour tra gli stand.
C’è per esempio Jonathan Horowitz con la sua fabbrica di punti, che sta creando mettendo a lavorare il pubblico (in questo caso di vip), con la complicità di Gavin Brown.
Altra installazione decisamente rilevante e che siamo convinti invaderà i social è esposta da Lehman Maupin (sedi a New York e Hong Kong): si tratta di un cerchio, partendo da uno spazio quadrato al centro lasciato vuoto, composto da una serie di lattine (sono oltre 2mila e 900) piegate come a flettersi di fronte al potere, in marcia di fronte a una dittatura: è lo splendido Halam Tawaaf, 2008, di Kader Attia.
Tra i giovani c’è invece un’installazione decisamente bella e disgustosa, per i più deboli di stomaco: è il solo show di Yuji Agematsu, che da Real Fine Arts di New York mette in scena su una serie di tavoli bianchi di polistirene una collezione di gomme masticate e altra rubbish di varia natura, puntate con perfetti spilli come fossero belle farfalle.
Un bellissimo punto esclamativo giallo evidenziatore, opera del 2008 di Richard Artschwager è invece da Sprüth Magers (Berlino, Londra, Los Angeles) insieme a Kosuth, Holzer, Kruger.
Marian Goodman invece ha Giuseppe Penone, e senza mezzi termini è lo stand più bello della fiera. Una vera e propria mostra, superba, capitanata da tre splendidi alberi spogli a fare da vedetta a una natura disegnata e, alternativamente, ingabbiata.
Tutt’intorno poi i Frieze Projects, curati da Cecilia Alemani, con il riallestimento del Labirinto Fluxus, e la sua lunga fila per sperimentarlo, e anche Aki Sasamoto e il suo Coffee/tea che rimanda alle scelte inconsce dell’individuo.
Emmanuel Perrotin invece non si è accontentato di appendere o sospendere (l’orso bianco Thats right you better believe it, 2015, di Paola Pivi) ma ha bucato il pavimento per far scoprire al pubblico i reperti in materiale geologico (marmo, sabbia, legno) di Daniel Arsham e del suo Catching up to the future.
E a proposito di futuro, lo trovare da Gagosian, con la nuova serie di ritratti di Richard Prince, dedicati a volti e scene trovate su Instagram. Peccato per i collezionisti dell’ultima ora, i pezzi sono già stati venduti tutti, o quasi. Motivo per cui pare anche che, da 45mila dollari a lavoro, si sia già saliti a 90mila.
Siete stanchi, e volete chiudere con un bel massaggio rilassante? Provate le poltrone di Korakrit Aranunanondochai, sparse per i corridoi. Che fanno? Oltre ad essere veri e propri esempi di Action painting tardiva su tela di jeans, vi coccoleranno per tre giorni anche se sarà difficile credere che possano “estraniarvi” dall’atmosfera della fiera. Per ora godetevela, presto torneremo ad aggiornavi sulle evoluzioni di Randall’s island.

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