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Su di lui le leggende si sprecano. Ex fidanzato di Madonna, pupillo di Warhol, attratto dall’arte fin da bambino, Jean-Michel Basquiat nasce a Brooklyn nel 1960 da una famiglia di origini portoricane. E muore nel 1988, a soli 28 anni, bruciato completamente dal successo e dall’abuso di droga, ultimo atto per entrare definitivamente non solo tra le stelle dell’arte, ma anche della società, tra le icone che hanno fatto la storia del costume, di un movimento, di un “credo”.
Basquiat credeva nel successo, nella popolarità, anche nel denaro ovviamente. Era il ragazzo di colore ribelle che dal ghetto era arrivato a Manhattan, raccogliendo il buono e il cattivo. Ora la sua città, Brooklyn, lo omaggia proprio nel piccolo Metropolitan del quartiere, il Brooklyn Museum, con una mostra tenuta insieme dalle pagine di otto taccuini inediti che rivelano, ancora una volta, quella componente “letteraria” presentissima nelle sue opere: una grafomania urlata come qualche anno prima i treni della metropolitana avevano urlato tag e crew, e che Basquiat aveva fatto suoi, rivitalizzandoli.
Non si sa quanti siano stati i quaderni usati dall’artista nel corso della sua carriera, ma non importa. Anche perché, fondamentalmente, poco aggiungono al suo corpus di lavori: sono appunti, poesie, citazioni che rivelano la sua profonda cultura visiva e letteraria, numeri di telefono, schizzi, parole, nomi di amici…tutto l’universo che poi finiva prima sui muri, poi sulle tele. Ma la mostra è comunque l’occasione per vedere anche altre particolari opere, poco conosciute, specialmente della fine degli anni ’80, virate quasi al monocromo. E anche per scoprire come la comunità di Brooklyn, ancora oggi a distanza di quasi trent’anni dalla morte, si stia stringendo intorno alla sua figura, figlio geniale di una società che lo ha stritolato, forse nemmeno troppo inconsapevolmente da parte sua.










