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Tra le 181 opere in mostra, 75 sono della collezione Schulhof, due collezionisti americani. E infatti, accanto alla lapide “Peggy Guggenheim Collection” c’è anche l’insegna “Schulhof Collection.” Eh si, si vede chiaramente dal Canal Grande, e secondo Sandro Rumney, uno dei discendenti della grande collezionista americana, «è l’ultima goccia. Il Guggenheim è gestito in maniera orribile, ormai da dieci anni». E così avanti tutta, verso una battaglia legale per cui gli eredi vorrebbero riprendersi un po’ di “autonomia” nei confronti di Palazzo Venier Dei Leoni e su una serie di opere che comprenderebbero Picasso, Pollock, Calder, Matisse. Tutti i grandi amori di Peggy, lasciando da parte gli invasori Schulhof.
Tutti d’accordo? Col cavolo! Perché dalla stampa internazionale – dal Guardian in giù – le opinioni sull’azione legale dei discendenti è tacciata come mistificatoria nei confronti di un’istituzione che “is a pearl, a joy, a magic place”, viene scritto dalle colonne del primo giornale inglese. Rimarcando il fatto che non esiste posto al mondo dove l’arte moderna e contemporanea e l’architettura e il classico possono incontrarsi a pochi passi, come avviene tra la collezione e la chiesa della Salute: solo a Venezia. Per sapere cosa otterranno dalla corte i signori bisognerà aspettare, ma possiamo solo sperare che la casa di Peggy a Venezia resti quella che è.










