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Gradisca d’Isonzo, piccolo comune friulano, anche quest’anno si riempie, per tre serate, di spettacolo. È la decima edizione di OMISSIS, festival che porta sul palco domani, sabato 20 e sabato 27, una serie di artisti radunati sotto il cappello della parola “Synesthesia”, e che provengono da Finlandia, Olanda, Spagna, Stati Uniti, Colombia, Polonia, Bulgaria e Gran Bretagna.
Il tema? Stravolge il confine della percezione tra reale e finzione tramite le formule del retrogaming, le illusioni e anche le tecno-visioni psicoattive in tre dimensioni: c’è infatti in questa decima edizione del festival la volontà di intraprendere un viaggio prodotto dall’uso delle tecnologie, capaci anche di trasformare lo spettatore in demiurgo di nuovi mondi possibili. Trasognati? Non proprio. Lo abbiamo chiesto al direttore artistico, Alfio di Lena (sopra, nella foto)
Un festival che quest’anno compie un importante traguardo decennale. Ripercorriamo brevemente la storia, la sua nascita? Immagino non sia stato sempre facilissimo portare artisti in scena e pubblico al cospetto del palco. Qual è stata la “formula” vincente?
«Fa strano pensare siano passati dieci anni dalla prima edizione di OmissisFestival. Dieci anni sono veramente tanti, ripercorrerli tutti è difficile in così breve tempo. Preferisco parlare in generale dello spirito del Festival e del futuro. L’idea alla base di OmissisFestival è sempre stata di dare visibilità alla novità, all’inclassificabile, all’inaspettato, al meticcio, all’eresia, insomma a tutto a ciò che delude od entusiasma, che per motivi diversi si trova ai margini, quando non addirittura omesso. Non sono un’alchimista e la formula vincente non l’ho ancora trovata. Credo che un evento come Omissis sia il prodotto ancora acerbo di un lungo lavoro di raffinamento, passato anche attraverso ripetute prove, fallimenti e battute d’arresto. Eppure solo a distanza di anni riemergono, dai meandri più profondi della memoria, i momenti in cui il Festival ha brillato di luce propria. A me piace il dialogo diretto con gli spettatori dell’evento. Sono i loro commenti e le loro critiche che mi fanno scattare questa fase di “reminiscenza”. Sono loro assieme alle compagnie che accettano di partecipare e farsi coinvolgere in Omissis, la radice aurea che scorre sotterranea tra un’edizione e l’altra. Quindi la difficoltà è, più che invitare un particolare artista in programma o riempire le sale, ricreare le condizioni per cui questo clima particolare, che si respira di anno in anno, dia i frutti desiderati. L’unico modo che conosco per provare a rinnovare questa magia è di mantenere la propria intenzione per fare ciò che si vuole, al di là di qualsiasi presa di posizione, limitazione imposta o giudizio esterno».
“Synesthesia” è il tema del 2015 e si propone di stravolgere il confine tra realtà e finzione. Quanto ha influito, secondo lei, l’affermarsi della realtà virtuale, prima, e poi dei social media nella messa in scena dell’arte contemporanea? Cosa può e cosa deve fare ancora il “corpo” nell’epoca delle platee virtuali?
«In programma noi inseriamo sempre forme spettacolari con un approccio sia comunicativo che innovativo, nel tentativo di anticipare i tempi e di capire la direzione che sta prendendo il mondo dello spettacolo nel suo insieme. Da quello che vedo in giro, penso che le innovazioni degli ultimi dieci, quindici anni abbiano cambiato in modo radicale non tanto l’offerta dei creativi, che è ancora un passo indietro rispetto alle possibilità tecnologiche che hanno a disposizione, ma soprattutto la fruizione da parte del pubblico. Che è diventato più solitario, selettivo, ricercato, partecipe. Siamo ancora ai primi passi in questo campo, ma anche in questa edizione del Festival abbiamo dato spazio a molte attività che rendono il singolo, da pubblico passivo a protagonista di quello che viene messo in scena. Non so cosa sia cambiato con l’introduzione della tecnologia, ma spero che in futuro, in qualche modo, saranno gli stessi spettatori a creare liberamente e completamente lo spettacolo a cui parteciperanno. E il baricentro di questo processo di trasformazione, anche quando completamente immateriale, è e rimarrà sempre il corpo, al tempo stesso la meta da oltrepassare e l’origine di ogni emozione».
Che programmi ci sono in serbo per il futuro? Aperture ad altre discipline, spostamenti, collaborazioni o si continuerà mantenendo un’identità ben definita?
«Restiamo molto interessati allo sviluppo della nuove tecnologie e come sempre alla loro applicazione nei campi della comunicazione e dello spettacolo. Piuttosto che ad un’”Identità definita” abbiamo sempre paragonato il Festival ad una sorta di “Mutazione Stabile”. Tutto quello che posso dire oggi è che Omissis a volte ci somiglia e a nostra volta ci sforzeremo di somigliare di più a lui. Anche a noi, come al nostro pubblico, piace l’effetto sorpresa. Ed è per questo che ritengo il futuro non sia assolutamente pronosticabile da nessuna forma di previsione, né determinabile in toto dalla volontà: le conseguenze delle nostre azioni restano sempre imprevedibili. E’ così che Omissis in futuro, come tutte le cose che prendono vita sotto la luna, potrebbe anche morire. Per poi rinascere in una nuova, inedita forma, come una piccola ma accecante fenice».










