05 luglio 2019

All’Accademia di Firenze, sei giovani artisti hanno riletto il David di Michelangelo

 

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Scrive il Vasari, nelle Vite, che il David – portato a termine dal fiorentino Michelangelo (Michele Agnolo Bonarroti) verso il 1504 – una volta svelato, «tolse il grido a tutte le statue moderne ed antiche, o greche o latine». Un paradigma incommensurabile di misura, bellezza e bontà. Perché nella scultura di marmo, i contorni delle gambe sono maestosi e le attaccature e la snellezza dei fianchi a dir poco divini. La grazia dei piedi, delle mani e della testa poi, non teme rivali. 
Dal 1873, la statua di re David si trova nell’Accademia di Firenze, sostituita in loco da una copia, stessa sorte che toccò alla Pietà Rondanini (1552-1564). Ed è al David di Michelangelo, o meglio all’ideale di perfezione fisica umana, che 30 artisti emergenti australiani sono stati chiamati a rispondere. “First Commissions”, primo incarico istituzionale e internazionale, nasce dalla collaborazione tra due città. Firenze, culla incontrastabile del Rinascimento e Melbourne, capitale culturale della moderna e vibrante Australia. 
La Facoltà di Belle Arti e Musica dell’Università di Melbourne ha selezionato 5 giovani artisti – Samuel Kreusler (compositore e chitarrista), Ashley Perry (artista visivo aborigeno), Jack Riley (coreografo e ballerino), Esther Stewart (pittrice astratta famosa per la sua collezione uomo della Maison Valentino) e Danna Yun (compositrice di musica classica) – il cui lavoro sulla perfezione, e sui suoi ribaltamenti o ripensamenti, è stato presentato all’Accademia di Belle Arti di Firenze. 
Ma è interessante sottolineare che sia la committenza che la realizzazione del David non nacquero da un esercizio “perfetto”, bensì dal tentativo di riparare a un’opera malconcia e guasta del maestro scultore Agostino di Duccio (1418-1481). Perciò, di nascosto, nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Michelangelo non solo condusse alla perfezione un blocco di marmo inizialmente storpio, ma lasciò traccia delle prime incisioni. «E certo fu miracolo far risuscitare uno ch’era tenuto per morto», scriveva ancora Vasari. È un po’ lo stesso meccanismo a cui, in realtà, fanno capo le opere degli artisti australiani. Senza ricercarlo in maniera esplicita e senza conoscere l’incarico originale, quello conferito a Michelangelo, a quanto pare, dagli amici dell’Opera del Duomo di Firenze. 
In poco tempo (6 settimane), hanno tutti lavorato sull’idea di corruzione. Il paradosso della perfezione nella performance di Jack Riley (Duplex, 2019), dove il grottesco, il viscerale, il suono della gola o la traiettoria del gesto spezzato, assumono consistenza. Ci sono corpi vulnerabili e strumenti imperfetti, come la chitarra di Samuel Kreusler, per cui non è giusto avere 13 corde. Nella sua deformità mostra una riconversione inaudita, attraverso tecniche di sound design e una percezione visiva distorta, tra reale e illusorio. La perfezione umana secondo Esther Stewart non è letterale ed è influenzata dallo spazio che abitiamo. La sua struttura architettonica di moduli in tessuto (The space as been created for something to happen) tuttavia si appiattisce e non convince, come l’installazione di Ashley Perry. Un’antologia audiovisiva sottilissima, forse inconsistente. L’intuizione vera viene fornita dall’orchestra di 23 elementi di Danna Yun che esegue la sua Riddle al cospetto dei calchi in gesso – mutilati e danneggiati – di famose sculture nel cortile interno dell’accademia Fiorentina. Una vicenda che risale agli anni Ottanta. 
Come per il David, dietro un miracolo di perfezione esiste una storia di memorabili storpiature. (Petra Chiodi)

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