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Il piano di battaglia è stato presentato al Grand Palais di Parigi e, ancora una volta, il Medio Oriente arabo dimostra di avere il coltello dalla parte del manico, quando si tratta di promuovere l’arte contemporanea. Il merito stavolta è di Tony Salamé, fondatore del brand di abbigliamento Aishti, che ha commissionato all’artista statunitense Richard Prince una serie di opere site-specific per i suoi negozi in tutta Beirut. Le installazioni saranno una ventina, completamente inedite. Ma non è finita, perché Salamé ha investito anche qualcosa come 100 milioni di dollari in un nuovo museo-galleria che raccoglierà le opere della sua collezione. Apertura prevista a ottobre, nella zona costiera di Jal el Dib, località vicino alla capitale libanese, su progetto dello studio David Adjaye Associates (già, proprio lo stesso che ha lavorato agli allestimenti dell’ultima Biennale di Venezia).
Ma non è finita, perché a curare la prima mostra sarà Massimiliano Gioni, proponendo come tema l’astrazione, secondo le opere di artisti che vanno da Wade Guyton e Carol Bove. E per il direttore del New Museum si profila anche un incarico successivo, per un’esposizione che “guardarà l’America”. Ma la “Family Businnes” porterà a Beirut anche Cecilia Alemani, che dalla High Line newyorchese passa a un grande terrazzo pubblico sul lungomare, dove tra le altre opere installate vi sarà anche un grande pezzo di Giuseppe Penone. Un po’ d’Italia, insomma, in Libano. Più o meno.










