10 novembre 2015

Russia sotto tiro. Dopo la brutta storia del doping di stato, l’artista Petr Pavlenskij torna in scena. E appicca il fuoco alla sede dei servizi segreti

 

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Prima o poi dovrà capitare. Dovrà capitare che i milioni di russi che, oggi, vivono con un continuo pensiero laterale fatto di terrore, troveranno tregua politica e sociale. Quel che di buono c’è, come al solito, è che l’arte mette le pulci nell’orecchio, e da una parte all’altra del mondo apre a riflessioni.
Nei giorni in cui gli atleti russi sono stati rifiutati da qualsiasi manifestazione mondiale, compresi giochi olimpici, per il doping “di stato” e il governo ne ha promesse delle belle alle sue organizzazioni sportive, se non tornerà tutto “regolare”, torna in scena anche l’artista Petr Pavlenskij.
Un nome che non è nuovo alle cronache della più violenta e problematica performance; nel 2013 si è cucito le labbra in solidarietà le Pussy riot; si è fatto lasciare nudo e avvolto da un bozzolo di filo spinato di fronte al parlamento di San Pietroburgo; si è inchiodato lo scroto ai sanpietrini della piazza Rossa; si è tagliato il lobo dell’orecchio destro, nudo, sul tetto del centro psichiatrico Serbsky, per protestare contro l’abuso dei trattamenti psichiatrici sui dissidenti politici.
Stavolta? Stavolta ha preso una tanica di benzina, e ha incendiato la porta della sede dell’Fsb, i servizi segreti, ovvero il vecchio Kgb. Perché? Perché è un’associazione che segue “un metodo di terrore ininterrotto ed esercita il suo potere su più di 146 milioni di persone”, riporta Internazionale. Come è andata a finire? Arrestato, per ora. 

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