13 novembre 2015

Parigi/8. Il libro è morto? Viva il libro! Ecco titoli e vincitori della quarta edizione del prestigioso Photobook Award

 

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Sono stati annunciati poco fa, al Grand Palais, i vincitori della quarta edizione del Prix du Livre (in partnership con Accenture Foundation) dedicato alle migliori produzioni di quel caro “vecchio” oggetto che è il libro, in questo caso non tanto d’artista, ma ancora indispensabile sia per documentare la pratica fotografica, sia concepito come opera a sé stante. 
L’importanza che riveste il contest per Paris Photo quest’anno è stato evidente anche dallo spazio che la fiera ha riservato ai progetti finalisti, selezionati da una giuria composta da Christopher Boutin, cofondatore di onestar press, dal curatore della collezione Enea Righi, Lorenzo Paini, dal direttore della Fraenkel Gallery Frish Brandt, dall’editore Donatien Grau e dal curatore della sezione Fotografia del Centre Pompidou Clément Chéroux: una bella “terasse” con la vista sul settore editoria, dando un bel respiro ai progetti, gli anni scorsi  un po’ soffocati tra gli stand. 
Ma ora veniamo ai vincitori. Vince il titolo di Catalogo fotografico dell’anno il bel libro Images of convinction: the costruction of visual evidence, realizzato in due anni di lavoro da Diane Dufour e Xavier Barral. Il tema? Come le foto risultano l’ombra delle verità, dalle scene del crimine fino alla Sindone torinese. Un catalogo “ragionato”, neutrale, ma non freddo.
Photobook dell’anno invece a Thomas Mailander, con Illustrated People, un progetto particolare dove i negativi delle foto dell’artista diventano dei modelli umani “impressi” con lampade UV. Strani tatuaggi, per un esperimento molto fisico. 
Dulcis in fundo, meritatissimo il First Photo Book al giovane, ed emozionatissimo, Daniel Mairyt con You haven’t seen their faces, una sorta di taccuino di identikit (in cctv style) con le 100 persone più importanti della città di Londra. Ovviamente anche qui c’è un risvolto sociale: il progetto è “dedicato” alla polizia della Capitale inglese, che dopo le rivolte del 2011 diffuse cento flayer con gli altrettanti volti dei “ricercati” dei disordini con la presunzione di colpa. 
Menzione speciale invece per il bel newspaper Deadline, progetto di Will Steacy, che dopo cinque anni passati nella redazione del Philadelphia Inquirer ha deciso di sceneggiare con il giornale la vita di un giornale. 
Al giapponese Kikuji Kawanda va invece la menzione speciale della giuria, grazie al suo Chizu (The Map), classico progetto di meditazione e memoria sui risvolti della seconda guerra mondiale nel Paese orientale. In questo caso, però, si tratta di un remake: il libro, pubblicato in 500 copie nel 1965, è stato uno dei testi “storici” più discussi e introvabili degli ultimi tempi. 

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