14 novembre 2015

Parigi/9. Dopo la tragedia c’è la necessità di continuare a guardare. Per capire. Ecco la prima edizione della “Biennale della Fotografia del Mondo Arabo”

 

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Il day after a Parigi è composto, ordinato. La Francia, come rimarcato dal Presidente Hollande, è forte. Ma la settimana di Paris Photo non poteva immaginare un episodio peggiore di quello avvenuto ieri sera. 
Ne parleremo ancora, ma è nostro dovere fare informazione sull’arte. E oggi più che mai la cultura è anche il mezzo per poter tornare alla Parigi che amiamo, e che non smette di interrogarsi (al di là di classi e geopolitiche).
Ha inaugurato solo due giorni fa, e andrà avanti fino al prossimo gennaio, la prima Biennale di fotografia del mondo arabo, una bella operazione congiunta in otto spazi, partendo dalla Maison Européenne de la Photographie (MEP) e arrivando proprio all’Institute du Monde Arabe, passando per il Muncipio del quarto arrondissement e una serie di gallerie: Photo 12, Grainedephotographe, Basia Embiricos, Binome e la Cité internationale des arts.
Nel complesso? Solo ieri avremo detto non eccessivamente esaltante: troppo documentarismo, grandi paesaggi, un po’ di “società” come ce l’ha fatta conoscere negli anni il National Geographic o Salgado. Che, per carità, va benissimo, ma diviene difficile scavare oltre la superficie dell’estetizzazione.
Oggi, forse, dovremmo starci un po’ più attenti: alla Biennale della fotografia del mondo arabo, in qualche modo, è in scena l’altro. Quello che ieri sera ha terrorizzato la Capitale francese e che i telegiornali, gli opinionisti, i politici, gli esperti in genere, stanno tentando di identificare in uno scenario di guerra che solamente chi non voleva vedere non aveva ancora visto.
Stavolta, però, non vi diremo quello che non va, ma quello per cui vale la pena farsi questa passeggiata, non in ultimo per riprendersi Parigi.
Un po’ come fa Carolin Tabet, da Binome, con il progetto Perdre la vue: qui l’artista “ridisegna” l’anatomia di Beirut occultando agli occhi strade, palazzi, parcheggi, androni di palazzi: un’altra città, qualsiasi città, in attesa di essere ridefinita. Probabilmente anche dalla storia.
All’Institut du Monde Arabe invece Samuel Gratacap, con l’installazione Les Naufragé(e)s. Sulla terrazza del quarto piano, accerchiati dai muri del palazzo (foto sopra), si stagliano lungo il perimetro le figure (stampate leggermente sovradimensionate rispetto alla forma umana) dei detenuti nel campo profughi libico di Zaouia. Anche qui la storia si ripete: nel racconto del fotografo c’è chi vuole fuggire per mare, raggiungere l’Italia per raggiungere l’Europa. Le loro famiglie non sanno se morti o vivi. Sono lì, in una specie di purgatorio in attesa di qualche giudizio, mentre la dignità e l’umanità scompare e questo piccolo spostamento di prospettiva (vedere le figure quasi della nostra dimensione) ci spiazza. Non più una foto, ma una storia del mondo. 
Bisogna incontrarlo, questo mondo, anche per fermarlo. Cinquanta voci differenti vi accompagneranno. Vi basterà scegliere quella che sentite più affine, senza paura. www.biennalephotomondearabe.com

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