Create an account
Welcome! Register for an account
La password verrà inviata via email.
Recupero della password
Recupera la tua password
La password verrà inviata via email.
-
- container colonna1
- Categorie
- #iorestoacasa
- Agenda
- Archeologia
- Architettura
- Arte antica
- Arte contemporanea
- Arte moderna
- Arti performative
- Attualità
- Bandi e concorsi
- Beni culturali
- Cinema
- Contest
- Danza
- Design
- Diritto
- Eventi
- Fiere e manifestazioni
- Film e serie tv
- Formazione
- Fotografia
- Libri ed editoria
- Mercato
- MIC Ministero della Cultura
- Moda
- Musei
- Musica
- Opening
- Personaggi
- Politica e opinioni
- Street Art
- Teatro
- Viaggi
- Categorie
- container colonna2
- Servizi
- Sezioni
- container colonna1
Anche domani i musei parigini resteranno chiusi, ma vogliamo chiudere il nostro tour nella Capitale francese in occasione di Paris Photo raccontandovi l’ultima, imperdibile mostra, che troverete allestita fino al prossimo 10 gennaio: quella di Ragnar Kjartansson al Palais de Tokyo.
Che lui sia un fuoriclasse lo sappiamo e in Italia brucia ancora il ricordo della sua personale nello “Shed” dell’HangarBicocca, che aveva ipnotizzato migliaia di spettatori.
Ora avete l’occasione di vederlo di nuovo (in concomitanza con la splendida I love John Giorno e il progetto della vincitrice del Prix Marcel Duchamp 2014, Melanié Matranga): ecco Seul celui qui connait le désire.
Anche stavolta l’artista islandese ha coinvolto la mamma (attrice, nella foto in home page), con un nuovo capitolo del video-rituale che si rinnova ogni cinque anni, dove la donna gli sputa addosso in un’azione che oltre la saliva e la psicanalisi del gesto mostra anche una bella complicità, assolutamente dichiarata, che tradisce una messa in scena.
E la messa in scena, infatti, è il filo rosso che collega anche le altre opere in mostra al piano seminterrato del bellissimo palazzo: ci sono le quinte delle montagne innevate che danno il titolo alla mostra (foto sopra) e che rivelano la loro povera costruzione scenica, e c’è anche la bella installazione ad aquarello (con vedute marine) realizzate dall’artista insieme al padre: Kjartan Ragnarsson e intitolata Omnipresent salty death (dove death suona come Dad), 2015. Qui sono in gioco non solo le identità dell’autore (visto che i disegni sono difficilmente riconducibili alle mani esecutrici) ma anche il rapporto padre-figlio, in un teatro-pittura dove si scambiano ruoli. Ci si scambia invece solo un Bonjour nella complessa installazione che porta lo stesso titolo. Potremmo essere in un qualsiasi villaggio della Provenza, della Svizzera o dell’Italia centrale: due case tipiche, con fontana nella piccola piazza. Un uomo e una donna compiono azioni comuni nelle loro rispettive abitazioni: li possiamo scorgere mentre suonano il piano, intenti a riassettare, a mangiare. E ad un tratto entrambi escono; lui fuma, lei cambia l’acqua a fiori. Si guardano, si studiano. Si seducono? Tutto finisce in un’unico modo: un bonjour reciproco.
Forse anche questo fa parte della “claustrofobia” dell’Occidente, rappresentato dalle quinte dei video della serie Western Culture. Quella noiosa e rassicurante “mise en scéne” quotidiana, spazzata via a Parigi.

















