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Il teatro Manzoni, nel centro di Bologna, è già gremito, i biglietti sono andati venduti tutti in meno di un’ora. E finalmente, puntuale come un orologio, alle 9 spaccate arriva lui, Bob Dylan, per il primo dei due soli e unici show previsti in Italia. Ma show è una parola grossa, trattandosi di lui, che showman non è mai stato e un particolare feeling con il pubblico non lo ha mai avuto.
74 anni, secco come un chiodo, cappello bianco a falde abbastanza larghe, completino nero attillato con profilature bianche si presenta al pubblico senza farla per niente lunga. Ne’ un saluto, un hallo Bologna! o qualcosa di simile buttato lì a un pubblico in estasi. Canta e basta. Si muove poco e anche un po’ goffo sul palco. Non presenta neanche la band: cinque uomini, tra giovani e maturi, nerovestiti, tre dei quali con cappello in testa forse in omaggio al capo.
Il pubblico si aspetta i vecchi, indimenticati hits del suo repertorio. Ma lui, niente. Canta tutta roba nuova e se per caso infila qualche vecchio pezzo, lo altera a tal punto da renderlo irriconoscibile.
Ma la voce, la voce è leggenda. Graffiata più che graffiante, arroccata eppure potente, nasale ma penetrante, finta, artificiale, inventata e per questo grandissima.
E ce ne ha ancora parecchia. Con cui alterna brani più rock a melodie romantiche e lentissime.
Chi si aspettava di vivere o rivivere i favolosi anni Sessanta, se ne torna casa deluso. Bob finisce il concerto con un omaggio forse a Parigi, cantando, con sapiente manipolazione, un brano di una vecchia canzone di Yves Montand. Ma il pubblico non si arrende, lo richiama. Lui torna, si mette al pianoforte e intona un’altra strana canzone, accompagnata da chitarre, batteria e un violino. Bella, ma incomprensibile. Ci vuole un po’ per capire che si tratta della madre di tutte le canzoni di Dylan: Blowing in the wind. Arrangiata in modo tale da diventare un’altra cosa, non più malinconica e inno generazionale, ma quasi un’opera sinfonica. Il saluto di un grande.

















