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La storia del licenziamento del direttore Lorenzo Benedetti dal De Appel di Amsterdam non conosce fine. Forse perché, e sono la maggior parte a pensarlo, gli addetti ai lavori dell’arte non si rassegnano a questo “taglio” senza giustificazioni.
Stavolta a dire la sua è l’economista Egbert Dommering, che analizza la situazione partendo da una strana “condizione”, ovvero il subentro della comune di Amsterdam nel controllo delle politiche e delle pratiche del museo, in relazione proprio all’incarico di Benedetti. “La città di Amsterdam ha un importante ruolo di sovvenzione per il De Appel. Ma può indagare sul rispetto delle condizioni di concessione, ma deve stare lontana dalla gestione di queste sovvenzioni. Il comune è andato oltre la sua autorità interferendo negli affari interni del consiglio, andando contro la necessaria imparzialità”, scrive Dommering.
E poi c’è la questione del rapporto tra direttore artistico e “direttore del business”, divisione esistita nella storia di Apple, sotto la precedente amministrazione di Ann Demeester, e che è un altro punto su cui bisognerebbe fare chiarezza, così come sulla politica del De Appel, ed una possibile linea che – evidentemente – non solo non è ancora stata definita ma che vuole, come tendenza generale, mettersi alla portata di un pubblico più generico.
Ma perché, insomma, mettere in atto questo danno poco tempo dopo l’annuncio di una volontà di recupero del De Appel? Perché mettere nel consiglio una serie di rappresentanti del mondo dell’arte internazionale se poi si deduce che la commissione ritiene che il board non sia organizzato correttamente? Ma come ha fatto la commissione che ha istituito il comune a prendere certe decisioni? E che ricaduta avrà nel prossimo futuro?



















