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Aveva partecipato alla Biennale di Venezia nel 2013, con il progetto Rhizoma curato insieme a Sara Raza. Il messaggio era parlare anche di una nuova consapevolezza da parte della nuova generazione di artisti sauditi, per creare un forte messaggio indipendente. Parliamo di Asrhaf Fayadh, palestinese, 35 anni, e in carcere proprio in Arabia Saudita, condannato alla pena di morte per apostasia e diffusione dell’ateismo.
Nessun avvocato a difenderlo, ma solo un testimone ad accusarlo di averlo sentito imprecare Dio, Maometto e l’Arabia, e anche una precedente accusa per crimini “virtuali”, ovvero l’aver scattato fotografie a una serie di donne e di averle conservate sul cellulare, che gli era costata 800 frustate e qualche giorno di galera.
Oggi, però, dal Festival della Letteratura di Berlino, e in tutta Italia, arriva l’omaggio, con una serie di reading di poesie dell’artista, tratte dal suo libro Le istruzioni sono all’interno.
Non solo; in queste ore è anche l’appello promosso da Amnesty International e indirizzato al re e al primo ministro dell’Arabia Saudita, in cui si chiede che la condanna a morte – dovuta a un ribaltamento in appello della sentenza di apostasia – sia rivista.
Fayadh, definito dal direttore della Tate Chris Dercon «un artista schietto e coraggioso», insomma, forse meriterebbe un po’ di attenzione, un po’ come i diritti umani calpestati in Arabia Saudita. Per fortuna gli si è dedicata questa giornata, ma cosa accadrà nelle prossime?



















