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Cassette delle lettere dalle rigide forme squadrate o in un pretenzioso rococò, edicole votive improvvisamente aperte nei muri, un labirinto indistricabile di grondaie e tubi, pesanti condizionatori, finestre e porte chiuse e aperte, vasi in simil terracotta con piante dal fusto sottile, le strade che sconfinano nelle case e viceversa.
Nelle opere che Eugenio Tibaldi ha realizzato insieme agli studenti del Liceo Classico di Napoli Giambattista Vico, la ritualità metropolitana del vivere si dispiega nelle sequenze analitiche di una struttura decostruita. La “Questione di appartenenza” riguarda gli ambiti dello spazio ibridato al corpo, dell’individuo coinvolto nel flusso relazionale, delle modalità in cui l’oggetto quotidiano viene percepito e fruito. Quartieri Spagnoli, Forcella, Sanità, Materdei, Montesanto, sono le aree che si prestano al racconto, mostrando quegli angoli della «città porosa», come da fortunatissima definizione di Walter Benjamin, dove «struttura e vita interferiscono continuamente in cortili, arcate e scale», e l’improvviso assurge a fenomeno, a tratti ossessione, dell’esistente.
Il progetto didattico e formativo di Luciana Soravia, con Ileana Passarelli e Giovanna Pastore, docenti del liceo napoletano, a cura di Fabrizio Tramontano, è stato presentato al Madre e le opere, il risultato finale di un intenso itinerario di condivisione delle esperienze tra gli studenti e l’artista – nato in provincia di Cuneo ma da anni a Napoli e da sempre impegnato nella descrizione dei codici urbani e suburbani – saranno visibili fino al 18 gennaio. In questo periodo, saranno gli studenti a parlare dei lavori ai visitatori, a introdurre i temi e le pratiche del laboratorio, descrivendo le lunghe passeggiate tra i vicoli, simili a derive psicogeografiche, alla riscoperta dei particolari più o meno evidenti e significativi da riprendere con la fotocamera dello smartphone, dispositivo urbano per antonomasia. Lo sguardo critico si è esercitato nell’interpretazione dei segni cittadini che, silenziosi e omologanti, modellano l’abitudine. Come perdendosi nei quartieri sconosciuti di una città straniera, i ragazzi hanno immortalato paletti, contatori, cavi, insegne, necrologi, una compiuta articolazione estetica che, solitamente, tende a perdersi. Questi percorsi eccentrici di ricerca hanno portato alla formazione di un corpus di 24mila immagini che, accuratamente selezionate, sono poi confluite nella precisa calligrafia degli arazzi di carta, composti, così, da una congerie ritmata di ritagli di paesaggi urbani, in cui pieno e vuoto sfumano l’uno nell’altro, proiettando la loro ombra composita su una superficie piana.
Ma gli allievi del IV e V ginnasio si sono occupati di tutti gli aspetti legati alla produzione dell’arte contemporanea, dal rapporto con gli uffici stampa alla comunicazione sui social, dalla fase teorica all’elaborazione manuale. Come ha sottolineato Soravia: «I ragazzi hanno capito che la passione può diventare rigore e programmazione». «Tutto questo è produttività», ha specificato Pierpaolo Forte, presidente della Fondazione Donnaregina. «Ogni museo ha bisogno di una scuola, il dialogo con la formazione è fondamentale. In una società di relazioni complesse, il museo deve svolgere il ruolo di intellettuale pubblico», ha aggiunto Andrea Viliani. Il coinvolgimento degli studenti è stato professionale oltre che totale: «I ragazzi hanno fatto qualcosa in più, rispetto a quello che mi sarei aspettato. Mi hanno accompagnato nella realizzazione dell’opera, assumendosi la responsabilità della creazione, dell’intervento diretto su un lavoro da esporre in un museo», ha concluso Tibaldi. (Mario Francesco Simeone)
Nelle foto: Eugenio Tibaldi, Questione d’appartenenza 01, 2015, 150 x 220 o 150 x 720 cm, Stampa digitale su White Back intagliata e sospesa, foto Luisa Pinto, Alessandra Mabilia




















