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Possibile che la lingua italiana abbia sempre meno appeal? Sappiamo bene che l’inglese, nel campo dell’arte contemporanea, è idioma universale. Ma che succede se il livello resta basico, e lo scambio minimo? Perché anziché assoggettarci all’appiattimento della lingua straniera, e di conseguenza a quella italiana, ridotta ai minimi termini per essere più “funzionale”, non la si esplora (e omaggia, in un certo qual modo) anche di significati profondi, addirittura erotici?
Ci ha pensato Cesare Pietroiusti, che all’interno di Xing/Raum, ha condotto un laboratorio con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti cittadina intitolato “La lingua degli affetti e del desiderio”, i cui risultati saranno messi in scena domani sera negli spazi di Raum in via Ca’ Selvatica.
Si può pensare, dunque, ad un rilancio di un uso raffinato, consapevole e complesso della lingua italiana in un ambito intimo (e forse poco analizzato socialmente) quanto decisivo della conoscenza umana, e dello scambio, quale quello erotico-sessuale? Enunciazione, lessico, fonetica sono stati messi in chiaro, mostrando non solo la lingua come organo anatomico, ma come l’apparato della sensibilità più spiccata. E dei tabù.




















