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Negli anni ’70 ha lavorato il grès a Palo Alto, in California. Poi si innamora del ferro, dell’acciaio corten, del legno e della resina. Ha fatto mostre e ha opere in permanenza in tre continenti (Europa, America e Asia), ma Maria Cristina Carlini, scultrice nel vero e proprio senso della parola, sbarca ora nel cortile esterno del Superstudio con un Obelisco vero e proprio.
I materiali in questo caso si fondono, visto che si tratta di un’opera in legno riciclato e acciaio corten, e la Carlini ci spiega l’origine di questa forma: «L’obelisco è una forma comune a tutte le culture, connessa alle celebrazioni, al ricordo di eventi importanti, per me è il richiamo diretto alla storia, alla nostra identità, come persone e come società».
Ma questo legno e acciaio che si fondono, dopo aver maneggiato la terra, perché? È un tentativo di avvicinare due mondi che si guardano, ma che spesso non parlano? La risposta di Carlini ci svela anche un altro “segreto”, ovvero l’accettare di partecipare al Fuori Salone, «Perché si tratta di un luogo multidisciplinare che ha sempre unito diversi ambiti, riuscendo a creare importanti dialoghi trasversali, che si sono dimostrati stimolanti e costruttivi per gli operatori». In barba alle divergenze che si rimarcano tra le discipline, e a chi pensa che la scultura sia una “lingua morta”: «Nel nostro passato la produzione pittorica è sempre stata superiore a quella scultorea. Ma c’è un lungo elenco di nomi a sostegno del fatto che questa disciplina non è affatto lingua morta, bensì arte viva. E continua a vivere nel nostro quotidiano con tutte le sue forme espressive».


















