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Era nato a Stresa nel 1943 e aveva partecipato alla forse più celebre mostra del secondo Novecento: “When attitudes become form”, curata da Harald Szeemann nel 1968 alla Kunsthalle di Berna, e rimessa in scena da Fondazione Prada a Venezia nel 2013. Poi venne Documenta a Kassel nel 1997, e anche “Arte Povera” alla Tate di Londra nel 2001, ma la verità è che Emilio Prini, esponente del primo gruppo dei Poveristi, dopo la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 – quando partecipò alla prima mostra della corrente ideata da Germano Celant, alla Galleria La Bertesca di Genova – diradò quasi allo zero la sua partecipazione a mostre, così come la sua produzione artistica.
Esposto recentemente all’interno della prima esposizione dei Frigoriferi Milanesi, “L’Inarchiviabile”, Emilio Prini era stato tra i compagni di gioventù del grande fotografo Claudio Abate, che ne aveva immortalato una produzione che svuotava il rapporto dell’artista-persona con l’oggetto-opera, e di cui si ricorda anche il bel ritratto del 1979, e del gallerista Pio Monti, tra i primi ad annunciarne la scomparsa.
Eppure Prini, così “poco social” si direbbe oggi, non era stato sterile con i materiali della sua opera, utilizzando luce, fotografie, suoni e testi, per esplorare la natura dell’esperienza e della percezione, e della relazione esistente tra realtà e rappresentazione, come accadeva con il telegramma Confermo adesione alla mostra da esporre come opera all’esposizione “Processi di pensiero visualizzati” (a Lucerna, nel 1970). Nel 2012, allo Studio Sales di Norberto Ruggeri, Prini era stato co-protagonista con Nicola Pecoraro, come illustratore del libro dell’artista La tombe des hommes scorpiones.














