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Abbiamo seguito spesso la vicenda de no-profit del Cairo Townhouse, il primo della città, aperto nel 1998, e forse per questo il più “scomodo”, tant’è che lo scorso anno – in nome di poche e confuse dichiarazioni – le autorità avevano imposto per lo spazio (che ha il merito di aver portato in Egitto artisti da gni parte del pianeta, a riflettere sulla modernità) la chiusura.
Con conseguente sequestro di una serie di materiali d’archivio, documenti vari, CD, chiavette USB e personal computer, oltre ad aver interrogato e schedato tutti i componenti del team. Poi una breve ripertura, in un altro spazio, a febbraio e oggi il trasloco dalla vecchia sede “non a norma”, e coinvolta anche da un incedio, guardacaso, negli ambienti di una vecchia cartiera.
Peccato però che in Egitto le cose non sembrino cambiate molto: con la mostra dell’artista di origine irlandese Cairo-based Bryony May, lo spazio “elastico” è stato costretto temporaneamente a chiudere i battenti – pochi giorni fa -ancora una volta. Mentre le proteste per la situazione economica del Paese vanno avanti, così le come le “ispezioni” all’arte. Un modo come un altro per esercitare controllo, finché i nervi non mollano.
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