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Baal è ubriaco. Baal crede di essere un poeta. Forse lo è, nel momento in cui gli viene dato credito dal mondo. A Baal però non interessa pubblicare, interessa bere. E gli interessa fornicare con le donne dei suoi amici, e con la moglie del suo possibile editore. E così Baal non è più un poeta. Inizia così l’ascesa (e non discesa) agli inferi dell’idolo maledetto del giovane Bertolt Brecth, che rivive al Franco Parenti di Milano, grazie a Phoebe Zeitgeist. Dopo Kamikaze Number Five al teatro della Contraddizione e Adulto (Pasolini, Morante e Bellezza) all’Elfo, il gruppo torna a decostruire un personaggio tanto turpe quanto vero, così dionisiaco da apparire un puro, che finisce per morire solo come un cane dopo aver accoltellato il suo migliore amico. Ecco il Baal che viene da un altro mondo, l’urlo che trasforma il palco e la percezione del pubblico seguendo un incessante spartito musicale composto e suonato da Elia Moretti, presenza che sulla scena risulta quasi divina, personaggio muto e sopra le parti chiamato a gettare inchiostro, o sangue, sulla drammaturgia.
“Il linguaggio della messinscena è un gioco reciproco, portato all’estremo, tra il linguaggio di strumenti musicali ed oggetti sonori e quello di corpi in azione, in un rapporto nel quale il ruolo dell’attore e quello del musicista si scambiano, fino a confondersi e sovrapporsi”, si legge nel testo che accompagna lo spettacolo, prodotto di una tappa dei Cantieri Bavaresi, progetto in cui i Phoebe Zeitgeist rileggono appunto Brecht, Fassbinder, Herzog o Fleisser, gli autori che hanno permesso alla compagnia di modellare un teatro non tanto di verità o di denuncia, quanto di scavo nella tensione umana verso l’arte, la conoscenza finanche all’idea filosofica di divino. In percorsi che spesso non tengono conto di un godimento puramente estetico, ma della capacità di rivelarci i lati oscuri, i desideri malcelati, le inclinazioni di ognuno di noi e dei meccanismi umani di convenienza, seduzione, illusione. Una conferma, ad ogni spettacolo? Le risate da manuale psicalitico, “disturbate”, che provengono dal pubblico, come ultimo tentativo di esorcizzare le proprie immagini che travolgono, aizzate dal palco.












