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Certo, ci si poteva pensare da un po’, almeno da quando si dice che l’egemonia dell’arte e del sistema è prettamente occidentale. Pazienza, evidentemente ci voleva proprio Donald Trump per risvegliare le coscienze sopite. Però ora, al MoMA di New York, sta accadendo una vera e propria piccola rivoluzione: da due giorni al quinto piano, nelle gallerie della collezione permanente, insieme ai grandi classici sono arrivate opere provenienti da artisti che vivono, o hanno vissuto, nelle nazioni a maggioranza musulmana i cui cittadini sono stati colpiti dal divieto di immigrazione lanciato dagli Stati Uniti.
Accanto a Picasso, Matisse e Picabia sono arrivati i disegni dell’irachena Zaha Hadid, le tele del sudanese Ibrahim el-Salahi (sopra La Moschea, 1964), degli iraniani Tala Madani, Parviz Tanavoli e Marcos Grigorian e anche, nel cortile, una scultura dell’artista Siah Armajani. Certo, siamo sempre nei ranghi del profondissimamente istituzionale, e dire che Hadid o Tanavoli sono “irachena” e “iraniano” è vero solo in parte, per il loro essere globetrotter delle culture, del progetto, dell’arte.
Beh sì, anche questo è un ottimo motivo per esporli. Quel che fa riflettere, invece, è che un’istituzione del peso del Museum of Modern Art, di certo non così celere nelle risposte rapide e che raramente ha cambiato anticipatamente il suo display permanente, ci ha messo davvero pochissimi giorni per dare la sua versione sulla libertà. Ben fatto.










