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«La sua arte continuerà a vivere, come un nastro di Moebius», dice Maria Acconci, moglie di Vito Acconci, figura centrale nelle ricerche artistiche, dagli anni ’60 fino al giorno della sua scomparsa, il 27 aprile scorso. Una carriera piena di soddisfazioni e di svolte, intraprese con coraggio e fermezza, portando ogni linguaggio al limite, da un estremo all’altro, dall’immaterialità della poesia e del gesto performativo – che preferiva chiamare “activities” – alla percorribilità dell’installazione, dell’intervento pubblico, dell’architettura. Costante mantenuta in ogni sua evoluzione è stata la documentazione, una pratica di archiviazione delle idee e delle pratiche, compiuta più per esigenza che per vezzo, per visualizzare concretamente la linea della propria coerenza.
Per più di cinquant’anni, Acconci ha aggiornato quotidianamente il proprio catalogo, condensandovi l’essenza dei progetti realizzati, trasformando il metodo dell’archivio in estetica, assottigliando la separazione tra l’opera e la processualità. Ogni lavoro ha una propria cartella, riconoscibile per la sua tipica scrittura, dice Christy MacLear, collaboratrice storica dello Studio Acconci, il gruppo di progettazione urbanistica riunito dall’artista alla fine degli anni ’80, i cui progetti sono caratterizzati da fluidità e commistione tra gli ambienti. La stessa agilità coinvolge l’archivio, composto da formati eterogenei che ne rendono complessa la conservazione, al punto che Acconci, in vita, fu costretto a rivolgersi a una società specializzata in archivistica, la Avpreserve.
E questo prezioso materiale ancora inedito sarà messo a disposizione del pubblico, perché la proprietà sta pianificando l’istituzione di un centro dedicato alla fruizione. Eppure, Acconci non amava troppo la musealizzazione, «non mi sono mai piaciuti i musei, sembrano sempre artificialmente separati dalla vita reale», ma l’arte necessita di dialogo e per comunicare «devi essere visto», diceva. Il lavoro è ancora lungo, l’ubicazione e il programma preciso devono ancora essere determinati, per il momento sembra poco più di un’idea, in ogni caso, difficilmente questo centro potrà avere una struttura ripartita. La sfida sarà riuscire a tradurre in maniera filologica quell’unicum indistricabile di atti espressivi che era l’arte di Acconci.
In alto: Vito Acconci, Mur Island, Graz










