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Più che una galleria, un museo. Emmanuel Perrotin continua la sua strategia espansionistica e, dopo aver aperto uno spazio a Tokyo, vola qualche chilometro più in là per affacciarsi sull’altro oceano, a New York, Lower East Side. Il gallerista francese iniziò la sua attività nel 1989 e, nel corso della sua carriera, ha inaugurato ben sedici filiali, di cui otto attualmente aperte e quattro solo a Parigi.
Per gli Stati Uniti, Perrotin ha decisamente puntato sulla spettacolarità, con i 25.000 metri quadrati sviluppati su tre piani dell’ex megastore della Beckenstein, costruito nel 1902 e definitivamente lasciato dalla società nel 1999. In realtà si tratta di un ritorno, perché già aveva provato a sbarcare oltreoceano nel 2013, con uno spazio nell’Upper East Side, ora occupato da Lévy Gorvy Gallery. Ma questa nuova mossa rientra in una tattica precisa. Il Lower East Side sta vivendo una momento particolarmente felice, per la presenza di molti spazi dedicati, in particolare, agli artisti più giovani. Magari non diventerà la nuova Chelsea, il quartiere con più gallerie al mondo, da Gladstone a Zwirner, passando per Gagosian, ma aspira a ottenere il suo posto al sole, nel sistema dell’arte mondiale. E sicuramente il francese, che può schierare, tra gli altri, nomi come Elmgreen & Dragset, Takashi Murakami ed Errò, oltre alla nostra Paola Pivi, non vuole lasciare spazio ai dubbi e questo investimento oneroso suona come una dichiarazione di intenti, quasi bellicosi, apertamente rivolta ai grandi di Manhattan. E per questo palazzo in mattoncini rossi al 130 di Orchard Street, l’interesse deve essere nato nel 2015, quando Perrotin, al primo piano della stessa struttura, organizzò un grande evento di presentazione per un cortometraggio realizzato dallo street artist francese JR.
Proseguono senza sosta le manovre per convertire e rimodernare l’edificio che, dopo essere stato ceduto dalla società di tessuti, è stato usato anche come condominio, «volevamo sfuggire al cubo bianco», ha detto l’amministratore esecutivo della galleria, Peggy Leboeuf. Mentre gli operai scardinano citofoni e campanelli dalle porte, il progetto acquista una definizione maestosa. Al piano terra ci sarà posto per gli archivi e una libreria, al secondo e terzo piano si formerà un ambiente unico, sul tetto sarà posizionato un grande lucernario, al terzo, invece, saranno arredati alcuni appartamenti, in previsione di studi e residenze. Basterà per spostare l’asse di convergenza del mondo dell’arte newyorchese?
Perrotin vuole una riposta chiara a questa domanda e rompe gli indugi. In attesa della consegna dei lavori, già è stata presentata la prima mostra, una personale di Ivàn Argote, trentatreenne astro nascente colombiano e tra le scoperte del gallerista.










