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GrandArt, la nuova fiera milanese dell’arte moderna e contemporanea all’interno del perimetro della pittura e della scultura, si avvia alla sua conclusione, domenica, 12 novembre, alle 20. Oltre all’offerta delle gallerie riunite, si aggiunge quella di due mostre collaterali volute dal direttore artistico della manifestazione, Angelo Crespi.
La prima, in un simile contesto, era quasi d’obbligo. Mi riferisco a un piccolo omaggio espositivo che ricorda e festeggia il ventennale della cosiddetta “Officina milanese”. È infatti nella seconda metà degli anni Novanta che, nel capoluogo meneghino, esordisce un non-gruppo di artisti, Giovanni Frangi, Marco Petrus, Luca Pignatelli e Velasco. Questo non-gruppo, che costituì l’esperienza dell’Officina milanese, ha rappresentato un momento significativo per la rinascita della pittura a Milano e, probabilmente, anche in Italia. Più che di rinascita, si dovrebbe parlare di riscoperta della pittura, avendo avuto il merito di rilanciare uno sguardo attento su di essa. Sul lavoro, tra gli altri, di pittori come Guida, Bazan, De Grandi, Di Piazza, Di Marco, Siciliano, Lombardi, Durini, Martinelli, Arrivabene, Iudice. Ma anche di scultori come Bergomi, Riva, Demetz, Scarpella, Schmidlin.
A GrandArt attende il pubblico anche una discreta, ma preziosa, retrospettiva dedicata a Gianfranco Ferroni (Livorno 1927-Bergamo 2001), uno dei grandi artisti del Novecento italiano che meriterebbe una “riscoperta” più ampia da parte delle istituzioni culturali. Quella presente in fiera è un’antologica selezionata, molto istruttiva, soprattutto per i più giovani. Perché il percorso espositivo parte dai lavori meno conosciuti della fine degli anni Cinquanta, con la stagione informale e, poi, con quella dalle suggestioni pop. A dimostrare, ove necessario, la versatilità dell’artista tra linguaggi, stili, tecniche diversi. Per approdare infine ai “Ferroni” più noti, incentrati sulle cose che lo circondavano nello studio: la giacca appesa, il tavolo, le vecchie tappezzerie a brandelli, gli interruttori elettrici dai fili di rame intrecciati, il letto disfatto, il materasso, una tazza, i bicchieri, il cavalletto, sempre immersi in una luce surreale. È qui che la sua ricerca solitaria, ossessiva, si è coagulata nell’essenza della pittura, del ruolo dell’artista nella società, nell’essenza della complessità della realtà circostante, tra strutture fisiche e sovrastrutture metafisiche. (Cesare Biasini Selvaggi)












