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Dicono che giovedì il MACRO sia morto. Ma, era vivo? Era veramente nato? È morto tanto tempo fa? Da quando facciamo partire la sua fine? Da quello che è sembrato essere un periodo di spartizione tra amici influenti, amiche danarose e gallerie galattiche? Dalla fine miserevole della Consulta, che comunque fu un pregevole guizzo vitale in una città che sembra vivere in un eterno sonno profondo? Da quando il suo giardino Zen si è riempito di foglie e cicche o da quando il pavimento delle sale è lercio in ogni occasione? Questo è l’ultimo atto di una lenta agonia o il MACRO, in realtà, non esiste da tempo? Chi l’ha frequentato ultimamente? Questa è la triste realtà nella quale si è mossa, al solito senza fretta, l’amministrazione comunale di Roma, che ha deciso di abolirne anche il ricordo, smaterializzandone il concetto stesso di museo, per creare qualcosa dichiarato essere “profondamente innovativo”.
Rivoluzionando i metodi e abolendo l’odiato sistema dei poteri forti, l’assessore ha deciso di non nominare il direttore con bando pubblico, di non consultarsi con nessuno degli addetti ai lavori della città e di portare a dirigere il museo una persona che lui stesso dice di aver chiamato per “simpatia e amicizia”. Uno dei punti di forza dichiarati dal fortunato prescelto è di contestare il potere, però qui non resiste al richiamo della call diretta fatta per amicale confidenza. Il fortunato prescelto ha costruito la sua carriera portando arte in un centro occupato, un’ex fabbrica di proprietà di un privato. Perché, invece di ricevere lo sfratto dal Campidoglio, come hanno vergognosamente ricevuto, quest’anno, centinaia di associazioni culturali, artistiche, mediche e antiviolenza, che pagano regolarmente il canone al Comune e sono essenziali per la città, quella struttura totalmente abusiva, ha l’onore di mandare il proprio direttore a dirigere un Museo pagato con i fondi pubblici?
Le nuove decisioni sul museo sfortunato, ormai le conosciamo e sconvolgono i più. Certo, però, alcune domande sono legittime: avremo investito bene i soldi della comunità realizzando il MACRO? Qual è il senso di disattivare le funzioni di un museo per qualcosa che da decenni, sorge spontaneo e, forse, lì la spontaneità è il suo valore, nelle periferie urbane? La soluzione, per non apparire retrogradi, potrebbe essere quella di non aver pregiudizi, ma pensare che questo esperimento possa valorizzare un bene comune, confidando nel fatto che il bene comune e non il protagonismo del singolo, sia posto al centro della scena.
Considerato che al Maam i protagonisti vogliamo pensare fossero le persone che vi abitavano, al Macro Asilo queste saranno riproposte in quale forma, liofilizzate ?
Per ora siamo solo sicuri che il Museo MACRO, almeno come museo, sia stato sotterrato e possiamo non pensarci più, oppure farci dilaniare dal senso di colpa per non essere riusciti a gestire meritevolmente un prezioso bene comune. (Cristina Cobianchi, Founder Project Manager AlbumArte)












