09 febbraio 2018

Cosa sarebbe Damien Hirst senza Mr Barnes? L’artista svela un retroscena sulla sua giovinezza

 

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Cosa sarebbe successo al Damien Hirst solo Young e non ancora British Artist, se non avesse mai incontrato il signor Barnes? Non si tratta di un collezionista o di un mecenate, nemmeno di un maestro di yoga o di un barista. In effetti, l’unica cosa che si conosce della persona che ha aperto la sliding door di Hirst, è la sua ossessione per l’accumulo. «Mi trovavo in un solco ma poi ho incontrato il signor Barnes». 
A raccontare la svolta della vita, è lo stesso Damien Hirst che, sulle colonne del Guardian, descrive con dovizia di particolari quella volta in cui, da giovane studente, viveva in uno squat a White Hart Lane, nella popolosa zona di Tottenham. «Nei primi anni ’80, vivevo con un amico pittore e, insieme, lavoravamo per tentare di entrare al Goldsmiths College. Provavo a dipingere ma ero come bloccato, non perché non avessi idee ma perché ne avevo troppe». Il dipartimento di arti del Goldsmiths è considerato uno dei più prestigiosi al mondo, dalle sue classi sono usciti artisti e designer come Lucian Freud, Mary Quant e Bridget Riley, icone della creatività british, ed è facile immaginare quanto potesse essere importante, per il giovane Hirst, frequentare quell’ambiente. 
«Affianco allo studio in cui lavoravo, sentivo la tv e la radio dell’anziano vicino di casa. Qualche volta lo vedevo anche per strada. Aveva l’abitudine di camminare spingendo un carello della spesa. Andava a raccogliere diversi tipi di oggetti e poi li riportava indietro. Solo dopo ho scoperto che si chiamava Barnes». «Ma poi non ho sentito più rumori – continua l’artista – e pensando a un incidente, mi sono arrampicato, aiutato da alcuni amici. La casa era vuota e abbandonata, tranne due stanze all’ultimo piano, con le porte chiuse a chiave. Le ho sfondate e ho dato un’occhiata in giro ma poi ho capito che non avrei dovuto stare lì e sono uscito. Poi mi dissero che era andato via». Tranquillizzato ma tutt’altro che soddisfatto, Hirst ritornò sul luogo dell’effrazione, magneticamente attratto da quell’appartamento, dalla storia che vi si celava. E lì la svolta. 
«Ho trovato 60 anni di cose. Quest’uomo era un accumulatore compulsivo. Mi ha colpito il fatto che l’atto di accumulare le cose lì fosse diventato qualcosa di autonomo. Era come una scultura fatta con le sue proprietà. Ovviamente gli dava conforto ma era anche abbastanza folle. Allora sono diventato il signor Barnes. Il mio studio era vuoto, pieno di tele vuote perché non sapevo cosa dipingere, mentre il suo spazio era pieno di cose. Ho passato due settimane andando lì, giorno e notte. Ho trovato strumenti, martelli, cacciaviti, seghe e trapani a mano. Mi sono reso conto che potevo usare queste cose per creare collage ma anche nei collage, perché erano dei grandi disegni essi stessi. Mi sono imbattuto anche in cose che avevo buttato: le aveva trovate e portate a casa. C’erano anche cose preso dai cimiteri, come alcune mani che erano cadute da una scultura». Una delle opere giovanili di maggior successo, la prima storicizzata, è infatti Expanded from Small Red Wheel, un assemblaggio del 1985, donato poi a Robert Rauschenberg, la cui matrice è rintracciabile negli oggetti trovati nella casa abbandonata di Barnes. «Provavo sentimenti contrastanti, in qualche modo come se avessi imbrogliato, perché prendevo tutte quelle cose dal Signor Barnes, che considero come l’ultimo artista concettuale. Anche se non aveva alcun collegamento con il mondo dell’arte». 
Dell’accumulatore, poi, non se ne è saputo più nulla, mentre per Hirst la strada era segnata. Di lì a poco tempo, partendo dai collage, avrebbe approfondito la ricerca sull’accostamento dei colori, con i famosissimi Spot Paintings, ancora tra le opere migliori del futuro vincitore del Turner Prize e, attualmente, in una grande mostra alla Houghton Hall di Nortfolk, a cura di Mario Codognato
Ma questa è un’altra storia ed è stata già raccontata. (mfs)

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