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Il mio primo incontro “professionale” con Nagasawa fu nel 2004, quando decisi di volgere l’attenzione della galleria verso un nucleo di scultori, nati fra gli anni ’30 e ’40 del secolo scorso, che mi sembravano, e mi sembrano tuttora di estrema qualità. Fra questi, insieme a Hidetoshi Nagasawa, Mauro Staccioli, Pino Spagnulo, Renato Ranaldi, Paolo Icaro. Ricordo l’emozione di quando per la prima volta venne a fare il sopralluogo in galleria per un progetto site specific. Un uomo di media taglia, di forte impianto e pochissime parole, che scrutava lo spazio con attenzione ai minimi dettagli, attraverso le fessure dei suoi occhi e che non restituiva a chi era accanto a lui e non lo conosceva bene, le sensazioni, i pensieri, di quanto e in che modo ciò che guardava lo stesse suggestionando.
Un giorno ricevetti una sua telefonata, in cui mi diceva che aveva sviluppato un progetto e realizzata una maquette in scala per l’intervento in galleria. Quando andai a trovarlo a Milano, mi ricevette con grande affetto, insieme alla sua splendida famiglia e mi illustrò, attraverso un modellino in legno, Interferenza, scultura composta da una grossa trave lunga di undici metri, con un incastro al centro e sospesa attraverso due sole gambe contrapposte alle estremità. L’idea mi affascinò fin dal primo momento e mi mossi subito per dar vita a questo progetto, senza sinceramente rendermi neppure ben conto delle problematiche che vi sottostavano.
Durante l’estate del 2015 organizzammo in una falegnameria fiorentina la realizzazione dell’opera. In quei giorni, dalla fine di agosto ai primi di settembre, tutte le mattine passavo a prenderlo in albergo alle 7.30, era sempre lì nella hall che mi aspettava. Poi insieme agli operai della falegnameria seguiva punto per punto la realizzazione dell’opera.
La sera era piacevole mangiare insieme qualcosa: Hidetoshi spesso ascoltava in silenzio le mie chiacchiere, inserendosi nel colloquio attraverso concetti complessi, ma resi semplici non dal suo italiano, molto peculiare, ma dalla chiarezza con cui erano definiti nella sua mente, particolarmente quando si parlava di arte. Iniziavo a comprendere gli sguardi e i gesti di questo artista algido e distaccato nei modi, ma così presente verso gli altri e che con estrema gentilezza indirizzava il lavoro degli artigiani, cui talvolta richiedeva prestazioni tecniche che andavano contro le loro consuete modalità operative.
Quando la grande trave fu pronta provammo, attraverso gli stessi artigiani che l’avevano realizzata, a installarla in galleria. Ma l’opera che giocava al limite della possibile tensione dei materiali e delle leggi della fisica non resse e collassò quasi su se stessa: fu il panico. Quella sera dalle parole di Hidetoshi e dalle mie trasudava una forte amarezza ed un certo scoraggiamento. Per la prima volta dall’inizio della complessa realizzazione dell’opera lo vidi seriamente preoccupato.
Il giorno successivo Nagasawa, di nuovo di fronte a questa enorme trave, escogitò una soluzione compatibile con la sua ipotesi estetica e progettuale: delle cerchiature in acciaio per gli incastri che la sua idea originaria non prevedeva. Non appena furono pronte ritornò a Firenze insieme anche a Rjoma – il figlio che forse da sempre, svolgendo negli anni anche altre attività, aveva collaborato con il padre alla realizzazione di queste opere “impossibili”. La struttura fu rimessa in piedi, con perfezione certosina mentre padre e figlio seguivano queste fasi così delicate del lavoro e gli incastri venivano serrati nell’acciaio delle cerchiature. L’imponente mole della trave si sosteneva adesso sulle sue due uniche gambe con estrema leggerezza e in perfetto equilibrio nello spazio della galleria, occupandone gran parte. Adesso comprendevo esattamente il titolo che Hidetoshi gli aveva dato: Interferenza.
Quella sera, insieme a Rjoma e Hidetoshi brindammo alla soluzione e affrontammo un complesso discorso sul suo modo di far scultura. Hidetoshi come al solito lo sintetizzò in poche parole: il concetto fondamentale era che realizzare una scultura, nella sua visione, era spingere ogni volta fino all’estremo le caratteristiche e le possibilità fisiche delle materie utilizzate (carta, legno, marmo, ferro).
Questa continua ricerca del limite ultimo allontanava la certezza che quanto ipotizzato, attraverso studi e modelli, sviluppato poi attraverso nei materiali e nelle dimensioni definitive potesse veramente essere realizzato. Ogni opera risulta così un rischio e una sfida assoluti, fra lui e i diversi materiali, che l’artista non voleva dominare, ma utilizzare al meglio, mettendo in luce le possibilità più recondite e inattese di ognuno.
Purtroppo la sua scomparsa lascia un grande vuoto, ci priva di un amico, per chi come me aveva avuto modo di conoscerlo, parco di parole, ma ricco di sentimenti e di attenzioni, ma anche di un’artista che con le proprie utopie modificava e dava alla materia significati assolutamente inattesi.
Ci restano sicuramente le sue opere, che ci ricordano ogni volta che si può e forse si deve andare oltre i limiti di quello che vediamo. (Andrea Alibrandi, Galleria Il Ponte – Firenze)










