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Due fine settimana di open studio negli spazi della fabbrica di famiglia, a Roma, che produce stampi per materie plastiche: quando i macchinari si fermano e tacciono e i cicli produttivi si sospendono in un tempo di non lavoro, il capannone industriale di Boccea può vivere una seconda vita nella quale grandi tele e piccoli dipinti su alluminio trovano posto tra i bancali e le chiavi inglesi. Il pubblico dei visitatori entra quasi con riverenza in questo spazio insolito per un’esposizione, contaminando con uno sguardo curioso un luogo sottratto all’utile e trasformato temporaneamente in un territorio artistico. Va in scena così, tra evocative dislocazioni e accogliente spaesamento, il commiato di Fabio Mariani alla sua città natale: l’artista saluta Roma e sceglie di andare a vivere per un periodo indeterminato a Canistro, sulle montagne dell’Aquilano, nella casa dei nonni disabitata da anni che sorge ai margini di un bosco.
‹‹Coltiverò l’orto, osserverò la vita segreta degli alberi, leggerò libri e mi dedicherò interamente alla mia ricerca e alla mia pittura››, ci ha spiegato Mariani, fermamente convinto che l’abbandono della città e la riscoperta della natura siano la chiave per il recupero di un rapporto più etico e più ecologico non solo con il fare artistico ma anche con l’esercizio in senso lato di una cittadinanza responsabile. Una scelta anticonsumistica, di affrancamento dai bisogni indotti e da una certa vacua complessità del vivere contemporaneo, che sin dal 2016 ha portato Mariani a intraprendere un percorso di sperimentazione dei materiali prima che delle forme, che prevede, per esempio, la raccolta dell’acqua piovana e la preparazione dell’inchiostro ferrogallico secondo antiche ricette che risalgono addirittura al III Secolo avanti Cristo, a partire dalla selezione e dalla macerazione delle noci di galla di quercia fatte poi reagire in un processo alchemico con il solfato ferroso e la gomma arabica.
Abbandonata la figurazione, Fabio Mariani si è impegnato in anni recenti in un complesso lavoro sulle memorie culturali e individuali, fatto di stratificazioni e sedimenti che si drammatizzano sulla tela, attraverso la giustapposizione di strati di colore e materiali altri (il cemento, la calce, la pozzolana, il gesso, le resine sintetiche) e denso di citazioni pittoriche e omaggi letterari. Mentre l’inchiostro, preparato personalmente da Mariani come facevano i monaci medievali e usato in modo inedito e con un peculiare codice espressivo, rende visibili paesaggi informali, interiori, ottenuti da fioriture e sgocciolamenti, in un gioco sospeso tra mimesi ed evocazione, tra organico e inorganico. Fino ad approdare ai foschi dipinti su alluminio, simili alla preparazione di un’incisione – con l’utilizzo di punte d’acciaio ma anche di pittura a olio e cera – che tuttavia non diventerà mai una stampa.
E, per dare via al nuovo corso di questa ricerca pittorica originale e sempre più selvatica, il 5 maggio ha inaugurato a Pescara, presso 16 Civico, la personale “De Atramento”, a cura di Silvia Moretta e visitabile fino al 27 maggio. In attesa che il bosco di Canistro offra a Fabio Mariani nuovi spunti e nuove suggestioni. (Francesco Paolo Del Re)










