10 settembre 2022

Nel segno del Lumbung. Viaggio a documenta e intervista a ruangrupa

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A un mese e mezzo dal termine di documenta abbiamo intervistato i ruangrupa per cercare di comprendere meglio le pratiche sottese alla loro visione artistico/curatoriale, e per dar loro voce rispetto alle polemiche che la manifestazione ha sollevato

ruangrupa, f.l.t.r. Ajeng Nurul Aini, farid rakun, Iswanto Hartono, Mirwan Andan, Indra Ameng, Daniella Fitria Praptono, Ade Darmawan, Julia Sarisetiati, Reza Afisina, 2019, Photo: Jin Panji
documenta fifteen si sviluppa sul concetto del lumbung, traducibile come “granaio del riso”, un sistema di accumulo in cui i raccolti prodotti da una comunità vengono immagazzinati come una futura risorsa comune condivisa. La pratica curatoriale del collettivo indonesiano ruangrupa attinge infatti dalla storia del proprio paese attraverso una metafora che si traduce declinando e condividendo (il principio di condivisione è un nodo critico importante di questa edizione) la scelta di altri collettivi che a loro volta sono invitati a chiamare artisti, in una sorta di costruzione a tela di ragno.
Dislocata in più sedi nei quartieri di Mitte, Fulda, Bettenhausen e Nordstad, la nostra visita è iniziata, come di consuetudine, dal Museum Fridericianum GmbH che già sulle sue colonne ospita un intervento di Dan Perjovschi. La sede centrale permette al pubblico di entrare subito nel cuore delle pratiche sociali attraverso collettivi e archivi che mostrano un processo artistico e didattico piuttosto che concentrarsi su altre forme linguistiche: l’esposizione abbandona infatti i principi delle tradizionali mostre d’arte per offrire al pubblico piattaforme destinate alla conoscenza di realtà spesso marginali. Un focus interessante è sicuramente la Biennale Off di Budapest, che invece di presentare workshop e talk mette in mostra opere d’arte di artisti rom in relazione all’idea, alla domanda e alle (im)possibilità di creare un “RomaMoMA” (Museo d’Arte Contemporanea di Roma).
Se quindi il Fridericianum GmbH sembra il luogo della ricerca e dell’azione, nelle altre sedi di Mitte come documenta Halle, Grimmwelt Kassel, Landesmuseum, Museum of Natual History Ottoneum, Hotel Hessenland e altre ancora, la dimensione espositiva è ibrida e sovrappone diverse modalità e linguaggi artistici.  Interessanti sono i progetti di Inland, Ikkibawikrrr, Fafswag (l’unico in AR), e il già noto lavoro del collettivo The Instituto de Artivismo Hannah Arendt (INSTAR), nato dall’azione artistica di Tania Bruguera nel maggio del 2015.
Sempre a Mitte il collettivo di Jimmy Duhram “A Stick in the Forest by the Side of the Road” è allestito (secondo noi in maniera purtroppo poco efficace) alla stazione di Kassel, e presenta anche due interessanti lavori dell’artista italiana Elisa Strinna.
Nella zona di Bettenhausen, una vecchia piscina modernista ospita una ricca e ben articolata personale del collettivo tacciato di antisemitismo Taring Padi, mentre in una chiesa sconsacrata appena più avanti c’è il collettivo fluido Atis Rezistans che ha organizzato la Ghetto Biennale: una panoramica di lavori per noi abbastanza respingenti (a differenza di quanto pensa Tiziano Scarpa) che sembrano abbassare di livello la qualità delle opere mostrate nelle altre sedi – dove il video sembra comunque un media largamente usato.
documenta fifteen: The Nest Collective, Return To Sender, 2022, Installationsansicht, Karlswiese (Karlsaue), Kassel, 14 Juni 2022, Foto: Nils Klinger
Nella zona del fiume Fulda il grande piccone di Claes Oldenburg sembra un punto di riferimento delle altre piccole realtà che si dislocano lì intorno. Decisamente interessanti nel parco dell’Orangerie – dove avremmo visto volentieri più cose rispetto alle sole quattro proposte – sono i progetti di The Nest Collective e di La intermundial Holobiente, entrambi incentrati su tematiche ecologiche.
A Nordstad purtroppo non siamo mai arrivate perché le altre zone hanno richiesto più tempo del previsto visto il gran numero di materiale presentato al pubblico, i molti testi da leggere e le tante sfumature da comprendere – forse troppe per i tradizionali due/tre giorni di visita.
Infine, l’ultima riflessione che si potrebbe fare in relazione a questa edizione di documenta è legata alla volontà di chiamare un collettivo di artisti a svolgere il ruolo curatoriale. Tra gli anni Ottanta e Novanta varie istituzioni museali hanno avvertito la necessità di ridefinire la pratica espositiva invitando artisti a svolgere il ruolo curatoriale, lavorando per lo più attraverso opere site-specific o con interventi pensati per la rilettura e il riallestimento del patrimonio, con esiti del tutto distanti dal modello attuale (ad esempio Joseph Kosuth al Brooklyn Museum del 1992 e Han sHaacke nel 1996 al Boijmans Museum). In questo momento in Italia l’artista protagonista del Padiglione Italia della Biennale di Venezia, Gian Maria Tosatti, riveste il ruolo di direttore artistico della Quadriennale: anche lui, senz’altro con dovute differenze, ha scelto come ruangrupa la formula della declinazione del processo selettivo, che è stato affidato a una serie di preparati curatori italiani che nell’arco di un anno hanno il compito di mappare la situazione dell’arte italiana. Ci sembra necessario rilevare la trasversale diffusione di questa tendenza e chiederci cosa sta succedendo nelle istituzioni e quali carenze e criticità sono percepite nel ruolo e nel lavoro del curatore. Sarebbe utile, infatti, capire qual è l’esperienza di quelle realtà che hanno sperimentato le pratiche artistiche/curatoriali, e quali sono le motivazioni che hanno portato a scelte di questa natura.
In ultima battuta, per le domande che ha sollevato in maniera trasversale, per i punti su cui ci stiamo confrontando da giorni e per il tipo di percorso creato, siamo davvero felici di aver visto documenta fifteen: abbiamo quindi voluto intervistare i ruangrupa per cercare di comprendere meglio le pratiche sottese alla loro visione artistico/curatoriale, per condividere con i lettori il modello su cui si basano i loro processi decisionali e di scelta (spesso molto criticati), e per dar loro voce rispetto alle polemiche che documenta fifteen ha sollevato.
In una vostra intervista (Katerina Valdiva Bruch, Interview with Farid Rakun from ruangrupa | Indonesia, su culture360.asef.org) dichiarate che per voi la definizione di curatore e artista sono solo etichette. Come vi definite?
Poiché veniamo da contesti in cui la modernizzazione non si è mai formata del tutto con successo, le differenze tra lavori, mansioni, media/linguaggi e le etichette per i ruoli, non sono così rigide. Il fatto è che quando abbiamo iniziato c’erano molti buchi nel nostro Ecosistema e tutti noi dovevamo colmarli, e questo ha  reso le formule esistenti insufficienti per noi. In questo momento il nostro gruppo è costituito da una miriade di competenze e background – artisti, architetti, designer, giornalisti, attivisti politici, l’elenco potrebbe continuare – ma quando ci definiamo esternamente, un collettivo di artisti è ancora la formula che stiamo usando: veniamo da questo.
Il lumbung è una risaia in cui il surplus di produzione è diviso equamente tra i membri della comunità: avete usato questo modello per documenta sia in termini di budget (condiviso e redistribuito tra i partecipanti) sia come modello di collaborazione tra gli operatori da coinvolgere. I collettivi che avete scelto hanno infatti invitato una propria selezione di artisti a partecipare; a questi artisti è stata inoltre data la possibilità di chiamare altri artisti. Uno dei risultati di questa strategia consiste nella mancanza di controllo di ciò che accade: se siete aperti allo sviluppo organico dei vostri progetti senza poter prevedere risultati visivi e contenutistici, che valore avete dato al meccanismo della scelta iniziale (che è alla base del lavoro del curatore “tradizionale”)? E come avete selezionato il primo nucleo di collettivi?
La fiducia gioca un ruolo importante negli schemi che avete ben riassunto. Per raggiungere questa qualità è necessario del tempo. Non possono esserci forzature. Per questo motivo, dobbiamo fare affidamento sulle nostre precedenti esperienze collettive, non solo noi di ruangrupa ma anche il team artistico. Così abbiamo deciso di pensare alle prime 14 iniziative come una sorta di lumbung inter-lokal. Il numero continuava a cambiare in itinere (da 20, 50, 25, a 14 iniziative finali), a causa di molti fattori, tra cui il Covid-19 che era (ed è tuttora) una parte importante del nostro processo decisionale per documenta quindici.
Un altro elemento che gioca un ruolo importante è il rischio. Stiamo tutti facendo un grande atto di fede: l’istituzione, noi stessi, i nostri collaboratori, il team e tutti gli Ecosistemi. Capire come correre questi rischi collettivamente è qualcosa che dobbiamo imparare, sviluppare ulteriormente e su questo essere trasparenti, per praticare il lumbung sempre meglio.
L’opera People’s Justice del collettivo Taring Padi a Kassel, prima di essere oscurata (Getty Images).
Per quanto riguarda la polemica che si è innescata con l’opera del collettivo Taring Padi, pensavate a una reazione del genere del pubblico, della stampa e delle istituzioni? Come avete analizzato la situazione all’interno del vostro collettivo?
Ora abbiamo una migliore comprensione degli interlocutori, rispetto a quando il tutto stava accadendo in tempo reale. Ci siamo resi conto sempre di più di cosa significa ospitare, praticare la cura, essere ospitali e di come sicurezza e protezione differiscano l’una dall’altra. Stiamo imparando queste cose nel modo più duro, e non desideriamo che nulla di simile,  o simile a questo, accada a nessun altro in futuro.
Sicuramente manifestazioni come documenta, Manifesta e le Biennali del mondo sono delle realtà estese che permettono la conoscenza e, in molti casi, anche l’affermazione di molteplici figure. La vostra pratica “a catena” ha permesso di coinvolgere tantissime realtà, ma non pensate che ci sia il rischio di dispersione piuttosto che di una opportuna presentazione e analisi di ogni realtà?
Invece di vederla come uno svantaggio, la riteniamo una qualità positiva. È più vicina alla vita reale nell’esperienza – e non supporta la solita idea di un uomo (tra l’altro di solito un uomo, a man in inglese) che sa tutto. Questa è una parte inevitabile della nostra intenzione di mettere in discussione le relazioni di potere tra istituzioni, eventi/mostre, direttori, curatori, artisti, arthandler, mediatori e così via. Abbiamo cercato di svincolare il più possibile il concetto di specialista e leader della Direzione Artistica, per realizzare quella che tutti insieme abbiamo soprannominato comunità lumbung, la cui esistenza siamo sicuri andrà oltre documenta fifteen.
documenta fifteen: Installationsansicht *foundationClass*collective, Hafenstrasse 76, Kassel, 14. Juni 2022. Foto: Maja Wirkus
La figura del visitatore è centrale nella vostra pratica e nella vostra necessità di mediazione di contenuti: non pensate di aver sollecitato troppe tematiche creando invece nel visitatore troppa confusione?
Essere confusi è qualcosa che riconosciamo pienamente per tutti. Riteniamo che lo stato di confusione sia parte della trasparenza – e quindi utile. La cosa divertente è che tutti sono confusi, ma a livelli diversi in base al tempo in cui ci si unisce a questo viaggio nel lumbung. I ruangrupa potrebbro  essere quelli che hanno iniziato questo viaggio, ma noi stessi ci troviamo ancora con molte confusioni e sorprese quasi ogni giorno. Se il pubblico si sente confuso, è un buon punto di partenza per unirsi al nostro viaggio. Considerate quella sensazione come il nostro benvenuto.
Che messaggio avete voluto lanciare con questa esposizione e come vi siete relazionati all’eredità di Documenta?
In realtà non consideriamo quell’eredità esclusivamente istituzionale, ma molto più importante a livello locale: uno di questi livelli è radicato nella stessa Kassel. Che impatto possono avere  le iniziative a Kassel, a cominciare (ma non solo) dall’ambito artistico? La ruruHaus può essere considerata non necessariamente come un edificio fisico come è in questo momento, ma piuttosto come  una struttura legata allo spirito, o anche come un’entità utile in un quadro più ampio dell’Ecosistema della città? Tutte queste domande, tanto per cominciare, sono il risultato del nostro processo di apprendimento del contesto locale di documenta, quindi documenta fifteen non è atterrata come un’astronave a Kassel. Come sostenere queste lezioni e continuare ad imparare, quindi, deve essere una questione da risolvere insieme alla gente di Kassel. Speriamo di risolvere questi temi nel tempo.
documenta fifiteen: Britto Arts Trust, ছায়াছিব (Chayachobi), 2022, Installationsansicht (Detail), Documenta Halle, Kassel, 12. Juni 2022, Foto: Nicolas Wefers
Avete intenzione di analizzare criticamente gli esiti di queste relazioni e di questi processi dopo questi 100 giorni di attività e di relazione con il pubblico e le comunità?
Con le diverse località a cui appartengono i nostri artisti, membri e collaboratori di sicuro. Riteniamo che il nostro pubblico sia multiplo. Quindi sostenere la pratica del lumbung oltre i 100 giorni significa lavorare con questi pubblici e comunità, prendendo in prestito le tue parole
Nel catalogo il disegno di Safdar Ahmed cita chiaramente la volontà di destabilizzare un paradigma europeo (p. 29). Credete che questa edizione di documenta abbia destabilizzato questo paradigma?
Pur provenendo da una posizione non antagonista, il paradigma egemonico (in questo caso, come avete detto, europeo) non può fare a meno di sentirsi minacciato poiché stiamo dimostrando che le cose possono essere fatte diversamente. Se il sistema si sente ‘destabilizzato’, dobbiamo chiederlo a tutti, voi incluse: vi sentite scosse?

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