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Cinque cose da sapere su Alighiero Boetti, aspettando la grande mostra a Venezia
Arte contemporanea
di redazione
In concomitanza con la Biennale Arte di Venezia 2026, da SMAC Venice, in piazza San Marco, aprirà una grande retrospettiva ad Alighiero Boetti, in parallelo alla mostra che la stessa istituzione dedica a Lee Ufan. Curata da Elena Geuna e visitabile dal 7 maggio al 22 novembre 2026, l’esposizione dedicata a Boetti riunisce circa cento opere distribuite in otto sale, ripercorrendo oltre 25 anni di ricerca di una delle figure più influenti dell’arte del Novecento, dagli esordi poveristi fino ai lavori più concettuali e sistemici degli anni Ottanta e Novanta. Rileggiamo la sua lunga e multiforme ricerca, in cinque momenti significativi.
Boetti, dall’Arte Povera ai sistemi complessi
Alighiero Boetti, nato a Torino, nel 1940, entra sulla scena artistica alla fine degli anni Sessanta, in dialogo con il contesto dell’Arte Povera. Data importantissima per questo suo incedere nel mondo dell’arte è senza dubbio il 1967, quando la Galleria Christian Stein di Torino gli dedica la sua prima personale. Ma non solo: in questo stesso anno Boetti espone una sua opera in una mostra collettiva curata da Germano Celant alla Galleria La Bertesca di Genova. Forse il giovane Boetti non lo sapeva ancora ma quel momento lo avrebbe proiettato in tutti i manuali di storia dell’arte: è l’inizio dell’Arte Povera.
Queste prime opere utilizzano materiali industriali e poveri, come cemento, ferro e legno, ricomposti in strutture elementari, spesso seriali. Già in questa fase emerge dunque un tratto distintivo: l’interesse per i sistemi.
Negli anni Settanta questo approccio si amplia e si fa sempre più articolato: Boetti abbandona progressivamente la dimensione puramente materiale per lavorare su linguaggi, classificazioni, codici. È qui che nascono alcuni dei suoi cicli più noti, come i Biro, realizzati attraverso una fittissima colorazione a penna su carta, che trasformano un gesto ripetitivo in un sistema visivo complesso. La ripetizione diventa metodo, ma anche dispositivo temporale, il tempo del fare entra nell’opera.

L’identità come costruzione: “Alighiero e Boetti”
Nel 1972, Boetti compie un gesto radicale: aggiunge una “e” al proprio nome, cominciando a firmarsi come “Alighiero e Boetti”. È un gesto semplice, certo, ma con questa congiunzione l’artista introduce una scissione interna all’autore, mettendo in crisi l’idea romantica di soggetto unitario.
Questo sdoppiamento si riflette in tutta la sua produzione: coppie, simmetrie, duplicazioni e sistemi binari diventano dispositivi ricorrenti nella sua ricerca. Lo dimostrano opere come Gemelli (1968) o Autoritratto (1969), che mettono in scena un’identità instabile, attraversata da tensioni tra ordine e disordine, controllo e perdita di controllo. Boetti anticipa qui alcune riflessioni che diventeranno poi centrali nel pensiero contemporaneo, dalla decostruzione del soggetto fino alle pratiche artistiche collettive.

Le Mappe e il lavoro collettivo in Afghanistan
Uno dei nuclei più importanti della pratica di Boetti nasce dal suo rapporto con l’Afghanistan, dove si reca per la prima volta nel 1971 e continuerà a tornare regolarmente fino al 1979, data dell’invasione sovietica del Paese. A Kabul, Boetti avvia una collaborazione duratura con artigiane locali, dando vita a una sorta di laboratorio tessile creativo, dove verranno realizzate alcune delle sue opere più iconiche, tra cui le celebri Mappe.
Questi grandi ricami rappresentano il planisfero politico del mondo, ogni nazione è riempita con la propria bandiera. Ma il dato geografico è tutt’altro che neutro: cambia nel tempo, segue le trasformazioni geopolitiche, registra guerre, dissoluzioni, nuove identità statali. Ogni mappa è quindi un documento storico e diacronico, oltre che un’immagine.
Fondamentale è il processo: Boetti definisce il sistema, stabilisce la regola, ma delega l’esecuzione. L’opera diventa così il risultato di una negoziazione tra controllo e autonomia, tra progetto e contingenza. È un modo per ripensare radicalmente l’autorialità ma anche per mettere in relazione culture, economie e saperi.

Scrittura, linguaggio e codici nascosti
Una parte consistente del lavoro di Boetti ruota attorno al linguaggio. Le sue opere vanno oltre la rappresentazione e organizzano e decodificano informazioni. Nei ricami testuali, come le celebri frasi colorate, il testo è disposto in griglie che obbligano lo spettatore a leggere in modi non lineari, seguendo percorsi nascosti.
Le parole diventano immagini e viceversa. Spesso contengono giochi linguistici, inversioni, doppi sensi: in alcuni casi, il significato emerge solo dopo un processo di decifrazione, trasformando la visione in un’esperienza attiva.
Questo interesse per i codici si collega a una riflessione più ampia: il mondo, per Boetti, è un insieme di sistemi da interpretare. Che si tratti di alfabeti, numeri o mappe, l’opera d’arte diventa uno strumento per interrogare i meccanismi attraverso cui organizziamo la realtà.

Gli anni Ottanta: la consacrazione internazionale
Se gli anni Settanta segnano la definizione del suo linguaggio, è negli Ottanta che Boetti ottiene una piena consacrazione internazionale. Dopo le partecipazioni già importanti alla Biennale di Venezia e varie mostre negli Stati Uniti, il decennio si apre con una presenza sempre più capillare nelle grandi istituzioni, che segna definitivamente la sua consacrazione a livello internazionale.
Tra queste, segnaliamo la sua partecipazione, nel 1982, a Documenta 7, alla grande mostra Identité italienne al Centre Pompidou, curata da Germano Celant, e alla rassegna Avanguardia Transavanguardia ideata da Achille Bonito Oliva.
In questi anni il suo lavoro si concentra sempre più su sistemi complessi e rigorosi. Serie come gli Aerei o i Calendari sviluppano strutture aperte in cui ordine e casualità convivono. L’accumulazione, la variazione e la ripetizione diventano strumenti per registrare il tempo e per mettere in evidenza i limiti di ogni sistema.
È proprio in questa fase che la sua pratica raggiunge un equilibrio maturo: un linguaggio apparentemente controllato, ma sempre attraversato da margini di imprevedibilità, dove il rigore concettuale convive con una dimensione ludica e profondamente aperta.









