22 aprile 2026

Due gemelle, un territorio diviso: il progetto di Monica Biancardi per raccontare la Palestina

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In occasione della mostra al MAN di Nuoro, Monica Biancardi ci parla del suo progetto che sovrappone la storia di due sorelle gemelle e la frammentazione del territorio palestinese

5. Monica Biancardi, Il capitale che cresce, Sarah e Saleha. Stampa fotografica ai pigmenti, 2023

Undici scatti, distesi per diciassette, lunghi anni. Ma la scia del tempo narrata da Monica Biancardi (Napoli, 1972) è tutt’altro che sintetica e racconta, invece, un affetto e un incontro prolungato nel tempo e che porta il nome di Saleha e Sara, due gemelle beduine incontrate nel corso di numerosi viaggi dell’artista in Palestina. Nella mostra Il capitale che cresce, a cura di Chiara Gatti, visitabile al museo MAN di Nuoro dal 24 aprile al 14 giugno 2026, viene documentata la crescita delle due sorelle, in fotografie in bianco e nero realizzate con macchine analogiche di medio formato.

L’esposizione, sostenuta dal PAC 2025 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla DG Creatività Contemporanea del MIC – Ministero della Cultura, è corredata da sette mappe incise su plexiglas che raccontano la progressiva frammentazione del territorio palestinese dal 1917 a oggi, da un video di viaggio che ripercorre il tragitto da Gerusalemme Est al villaggio di Hataleen e da una selezione di disegni che esplorano il tema del mare, realizzati dai bambini della comunità.

La mostra è accompagnata anche dal talk Il capitale che cresce: sguardi sulla Palestina che cambia, in programma per la giornata di giovedì, 23 aprile. L’incontro metterà la direttrice del museo MAN, Chiara Gatti, in dialogo con Monica Biancardi e approfondirà la genesi del progetto e i suoi temi principali – il tempo, la trasformazione, il diritto alla libertà -, offrendo al pubblico l’occasione di entrare nel processo creativo e umano che lo ha reso possibile. Il catalogo della mostra è edito da Interlinea, con progetto grafico a cura di Studio Sonnoli e testi critici di Chiara Gatti e Lorenzo Benedetti, con una conversazione tra Eyal Weizman e Monica Biancardi.

In questa intervista, Biancardi esplora alcuni dei sottotesti del progetto espositivo, andando a fornire alcune chiavi di lettura critica delle trasformazioni in atto nelle geografie umane e culturali.

Monica Biancardi, Il capitale che cresce, Sarah e Saleha. Stampa fotografica ai pigmenti, 2009

Nelle immagini dedicate alle due ragazze, lo spazio fuori campo non è predominante, anche se comunque presente, mentre tutto sembra concentrarsi nei loro sguardi, diretti verso l’osservatore. In che modo, osservando gli occhi delle protagoniste, è possibile cogliere tracce della loro esperienza di vita e del contesto storico nel quale sono immerse?

«Dal primo momento che ho messo piede presso le comunità beduine, sono stata, oserei dire, risucchiata dai loro sguardi, perdendomi nelle loro profondità. E quelli delle gemelle, anno dopo anno, restituivano la costante gioia di vivere, sognando di portare a compimento gli studi, d’iniziare a viaggiare, di vestirsi come desideravano. Ma dopo il covid, che ha mutato le sorti del pianeta, da quegli occhi splendidi trapelava tensione e malessere: la dimensione della realtà aveva spazzato il sogno, a cui era subentrata la rassegnazione. Terminata la fanciullezza, è stato imposto loro di abbandonare gli studi per essere offerte in sposa al miglior offerente».

Monica Biancardi, Il capitale che cresce, Sarah e Saleha. Stampa fotografica ai pigmenti, 2013

Le due ragazze condividono il nome “Saleha/Sarah”, che in ebraico significa “principessa” o “nobile donna”. Si coglie uno stridore tra l’etimologia del nome e il trattamento riservatogli dalla realtà politica che vivono quotidianamente. Questo contrasto è stato intenzionale sin dall’inizio del tuo lavoro, oppure è emerso nel corso del processo? Ha aperto una riflessione nella tua ricerca?

«Come osserva Eyal Weizman nella conversazione che ha con me nel libro che accompagna la mostra, la gemellarità trapela magia per quanto riguarda la somiglianza, ma anche inquietudine. All’inizio non avevo idea dove mi avrebbe condotto immortalare, anno dopo anno, la crescita delle due bimbe. Nel tempo il lavoro si è arricchito di significati, fino ad arrivare a concepire le bellissime gemelle come il volto della terra che abitano, divisa tra Palestina e Israele che, pur concepite e partorite dallo stesso ventre, presentano caratteristiche diverse. Le gemelle incarnano nei modi, nei gesti, nella voce, lo status di “principesse” a cui non è concesso muoversi, fare nomadismo, pur essendo beduine. Vivono all’interno del clan nel deserto di Hebron, connotata come area C, di grande interesse da parte degli israeliani che li sottopongono a continue condizioni di costrizioni, drammaticamente peggiorate dopo il 7 ottobre 2023. Paradossalmente sono diventati nomadi stanziali».

Monica Biancardi, Il capitale che cresce, Sarah e Saleha. Stampa fotografica ai pigmenti, 2014

Se ti mettessi nei panni di un “curatore” dei disegni dei bambini del villaggio di Hataleen, quale filo conduttore individueresti nel modo in cui rappresentano il mare? Che tipo di immaginario ed emozione emerge, secondo te, in chi non ha mai avuto accesso a quello spazio?

«Dai disegni individuo la rappresentazione di una massa ignota senza limite che si traduce nell’uso di un qualsiasi colore che trasborda dai confini, ovvero dal foglio, dove tutto è possibile. Credo che nel momento in cui venga sottratta l’esperienza con il reale, ciò che emerge è immaginare un luogo senza fine, fatto di libertà assoluta e, di conseguenza, uno spazio per custodire i desideri».

Monica Biancardi, Il capitale che cresce, Sarah e Saleha. Stampa fotografica ai pigmenti, 2015

Il capitale che cresce è un titolo “doppio”, come le gemelle protagoniste, perché da una parte sembra indicare un senso legato al capitale umano, dall’altra suggerisce una lettura dal taglio economico che parla di un sistema capitalistico che spesso ha ben poco a che vedere con le vite umane. Che lettura puoi fornirci sul titolo stesso e di ciò che potremmo cogliere nel corso della tua mostra?

«Il titolo sottende giustamente un duplice significato che intreccia la dimensione geopolitica e quella antropologica. Se nel conflitto israelo-palestinese, il capitale si traduce nella crescita di un territorio di cui si entra in possesso attraverso la colonizzazione, sottraendo terra altrui, nella società patriarcale beduina essa si riflette sulla prole femminile: le figlie, attraverso la promessa di matrimonio, si configurano come una vera e propria risorsa economica».

Monica Biancardi, Palestina. Mappa incisa su plexiglas, 2023

Hai scelto di inserire sette mappe incise su plexiglas per raccontare la progressiva frammentazione del territorio palestinese dal 1917 a oggi. Quanto è importante, per te, offrire al pubblico una rappresentazione visiva di oltre un secolo di trasformazioni? E quali aspetti storici e geografici diventano, in funzione del tuo progetto, possibili chiavi di lettura?

«Fondamentale è “fare luce” su tutto. La pratica che adopero per rappresentare la progressiva frammentazione di un territorio è quella dell’incisione su lastre trasparenti (incise al negativo per restituire il positivo). Quando le sette mappe vengono illuminate, l’ombra generata sulla parete del dispositivo, rivela i confini definiti nel corso degli anni dai cartografi dell’ONU. Solo l’ultima è vuota, con una matita che pende all’interno della sua cornice, in attesa che vengano stabiliti i prossimi confini, terribile invenzione umana che cozza con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Giustizia e verità per Giulio Regeni».

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