03 giugno 2021

Hybrida Tales by Untitled Association #11: Casa Vuota e Marktstudio

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Untitled Association presenta Hybrida Tales, una mappatura di spazi indipendenti, artist-run spaces e associazioni culturali in tutta Italia: prossima tappa, Casa Vuota e Marktstudio

Mariantonietta Bagliato, Be Happy, installazione, stoffa e imbottitura, 2019, installation view, Casa Vuota

Hybrĭda Tales è la rubrica di approfondimento nata da Hybrĭda, il nuovo progetto con cui Untitled Association ha individuato circa 150 tra spazi indipendenti, artist-run spaces, associazioni culturali e luoghi informali che stanno contribuendo significativamente ad ampliare gli sguardi sul Contemporaneo in Italia oggi.

Con un sistema di interviste a schema fisso, Hybrĭda Tales restituirà una panoramica delle realtà indicizzate, siano esse emergenti o ormai consolidate, e coinvolgerà artisti, operatori culturali, curatori, giornalisti, collezionisti, galleristi per dare vita a un archivio condiviso e collettaneo di riflessioni aperte sulle prospettive, attuali e future, del Contemporaneo.

Qui trovate tutte le puntate già pubblicate.

 

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Casa Vuota

Casa Vuota è un appartamento all’interno di un condominio nel quartiere del Quadraro a Roma. Abitato per quarant’anni e poi dismesso, dal 2017 Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo lo fanno diventare uno spazio espositivo che ospita progetti personali e collettivi di arte contemporanea, lasciando inalterato l’aspetto della casa con tutti i segni dell’usura e del tempo. Uno spazio privato che diventa pubblico, di accoglienza e condivisione, sottratto alla logica dell’utile che coltiva pratiche di resistenza, riempiendo il vuoto che si insinua negli interstizi della nostra scordevolezza. Con la complessità scritta sulla pelle di Casa Vuota, gli artisti invitati sono chiamati a confrontarsi tramite interventi necessariamente site-specific, cuciti su misura per gli strappi e le cicatrici della casa, immaginando non soltanto una mostra, ma un’esperienza di fruizione, coinvolgente per i visitatori.

Per vocazione intima che sa di festa e ospitalità, Casa Vuota chiede infatti una premura affettuosa nelle sue manifestazioni, la stessa che si usa nell’intimità degli scambi domestici.

 

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Cosa unisce la vostra attività, e quella del vostro spazio, alla ricerca attuale sul contemporaneo?

«Questioni cruciali per il nostro presente sono l’abitare, la cittadinanza, il senso di appartenenza e di comunità che si fonda su pratiche condivise e su scelte di autodeterminazione, più che su retaggi imposti. E allo stesso modo, in un ribaltamento semantico, questo presente è il tempo dello sradicamento, del nomadismo, della migrazione e del transito, della ricerca di un posto e di un’identità che si fanno franosi, inospitali e sfuggenti. La casa può essere un luogo privilegiato e una cornice appropriata all’interno della quale affrontare queste istanze divergenti. Noi abbiamo scelto di osservare il mondo di oggi, i suoi fatti estetici e le sue pratiche relazionali all’interno delle mura di una Casa Vuota: un recinto preciso e circoscritto che è lo spazio degli affetti, della memoria, delle gioie e dei dolori quotidiani, in cui la ricerca identitaria si mescola ai grandi flussi del racconto collettivo. E qui, dentro questa Casa Vuota, abitiamo a modo nostro l’esperienza estetica contemporanea, inventando modi peculiari per rendere significativa una presenza dell’arte all’interno delle pieghe del vissuto».

Quali legami sentite con la città/luogo in cui operate?

«L’intero progetto di Casa Vuota è profondamente radicato tra le mura che lo racchiudono e lo ispirano, nel quartiere in cui abbiamo scelto di operare e in una città, Roma, che ha fame di spazi e proposte culturali che escano fuori dalle logiche imposte. Tanto profondo è il legame con Roma e con le storie che la attraversano, quanto è interessante per noi il confronto con percorsi di ricerca fatti altrove e mai arrivati nella Capitale. Per questo, nella scelta dei progetti ospitati, abbiamo spesso deciso di invitare e di accogliere artisti che non hanno mai esposto a Roma».

Cosa significa per voi sperimentazione? 

«I progetti espositivi che Casa Vuota ospita sono costruiti su misura rispetto allo spazio domestico e dialogano profondamente con la storia dell’appartamento e con le tracce che sono rimaste impresse sulle sue superfici. Questi elementi – l’importanza cardinale dello spazio che guida ogni progetto e la presenza incombente della sua memoria – costituiscono dei limiti precisi entro il quale la ricerca dell’artista, che viene invitato a operare nello spazio e sullo spazio di Casa Vuota, deve calibrarsi in maniera millimetrica. L’esperienza del limite, secondo noi, può trasformarsi in un esercizio di libertà, capace di amplificare energie profonde nel lavoro di ciascun artista. Sperimentazione per noi è immaginare un turbinio di universi all’interno della consapevolezza precisa di una finitezza».

Marktstudio

Marktstudio è uno spazio espositivo, ma anche progetto artistico in sé. Prendendo in prestito come luogo fisico un laboratorio e negozio di cornici situato nell’area della città denominata Manifattura delle Arti a Bologna, si pone l’obiettivo di indagare i cortocircuiti interni alle tradizionali concezioni di spazio espositivo e di vendita, in rapporto alla dimensione artigianale e di bottega.

 

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Cosa unisce la vostra attività, e quella del vostro spazio, alla ricerca attuale sul contemporaneo?

«Marktstudio è un gruppo composto da un artista (Giuseppe De Mattia), due fotografi (Carlo Favero ed Eleonora Ondolati), un curatore indipendente (Enrico Camprini) e una curatrice indipendente / giornalista / social media manager (Federica Fiumelli).

Siamo tutti impegnati, con diverse funzioni, nel sistema dell’arte contemporanea. L’idea nasce da Giuseppe De Mattia come “opera funzionale” che mette in dialogo l’opera d’arte con la mercificazione, argomento molto presente anche nella ricerca personale dell’artista barese che vive a Bologna da vent’anni. La gestione parziale dello showroom di una bottega di cornici rimette in atto il principio della galleria d’arte, negozi finalizzati alla vendita di opere nati proprio nelle concerie e negli antiquari».

Quali legami sentite con la città/luogo in cui operate? 

«Il progetto può essere replicato in qualsiasi città. Spesso le cornicerie si auto-definiscono anche “gallerie d’arte” organizzando, al loro interno, quadrerie per la vendita e per la promozione della loro attività commerciale. Nel nostro caso l’idea è nata nel terreno fertile della piena disponibilità della proprietaria della bottega artigianale. Tutto questo è coinciso anche con la posizione ottimale del negozio che è praticamente di fronte al MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna».

Cosa significa per voi sperimentazione? 

«Significa mettere alla prova continuamente tutto il sistema del contemporaneo, dall’artista allo spettatore, passando per il pubblico, il fruitore casuale, l’economia, la critica e la comunicazione».

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