20 maggio 2026

Intervista a Ei Arakawa-Nash, l’artista che ha riempito di bambolotti il Padiglione Giappone alla Biennale

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Duecento bambolotti, pannolini da cambiare e poesie in QR code: l’artista ci racconta come alla Biennale di Venezia ha trasformato la genitorialità queer in una performance collettiva che sfida i confini di genere, famiglia e identità nazionale

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Grass Babies, Moon Babies, exhibition view - Padiglione del Giappone, ph. Manuela De Leonardis

«Insieme ai miei collaboratori, ho preparato questa mostra negli ultimi 12 mesi. È stato quasi come dare alla luce un bambino», afferma Ei Arakawa-Nash (Iwaki City, Fukushima 1977, vive e lavora a Los Angeles). Seduto all’interno del Padiglione del Giappone ai Giardini di Castello – in occasione dell’inaugurazione della mostra Grass Babies, Moon BabiesBambini d’erba, bambini di luna, curata da Lisa Horikawa e Mizuki Takahashi su commissione della Japan Foundation alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia dal titolo In Minor Keys di Koyo Kouoh (fino al 22 novembre) – è intento a cambiare il pannolino a uno dei duecento bambolotti sparsi nell’edificio modernista, realizzato nel 1956 da Takamasa Yoshizaka.

Ei Arakawa-Nash ph Manuela De Leonardis

Da Venezia, la mostra si sposterà al Kestner Gesellschaft di Hannover (12 dicembre 2026 – 28 febbraio 2027) e successivamente all’Artizon Museum di Tokyo (19 giugno – 20 settembre 2027). Amorevolmente, Arakawa-Nash invita il pubblico a prendersi cura di un pupazzo, tenendolo stretto tra le braccia, coccolandolo e cambiando, appunto, il pannolino in cambio di una «poesia del pannolino» associata a ciascuna bambola attraverso l’attivazione di un QR code. In tema, poggiato sul tavolo-fasciatoio, un esemplare avveniristico di Baby monitor disegnato nel 1937 dallo scultore e designer statunitense Isamu Noguchi. «Questo padiglione è un palcoscenico a forma di piccola montagna, potete partecipare portando con voi un bambolotto, ma potete anche liberamente decidere di visitare la mostra senza portarne uno», scrive su un pannello esterno l’artista che nel ’98 si è trasferito a New York conseguendo il B.F.A. in Fine Arts all’SVA – School of Visual Arts e il M.F.A. in Film/Video al Bard College. «Non potete scegliere il vostro bambolotto preferito: sarà invece un membro dello staff a consegnarvi un bambolotto assegnato casualmente, del peso di 5-6 kg».

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Grass Babies, Moon Babies, exhibition view – Padiglione del Giappone, ph. Manuela De Leonardis

Nel dichiarare di sentire la pressione di essere un genitore «adeguato» fuori dalle norme tradizionali di genere, Ei Arakawa-Nashparla parla di «performance partecipativa» che s’ispira a ruoli storicamente demandati alle donne. «La vostra scelta – portare o meno un bambolotto – comunica amore, entusiasmo, il dilemma dell’essere genitori, ma anche l’indecisione rispetto all’avere, o al non avere, un figlio».

Già nel titolo del padiglione del Giappone, Grass Babies, Moon Babies c’è il riferimento ai gemelli di cui sei padre, nati nel 2024 attraverso la maternità surrogata. In quest’opera in cui ci sono centinaia di bambolotti dalla pelle di colore diverso, di cui il visitatore è invitato a prendersi cura, c’è anche provocazione nell’approcciarti alla tematica del superamento dei confini di genere?

«Sono un genitore queer e l’idea del superamento dei generi è sicuramente qualcosa che mi ha sempre messo alla prova. È importante che ci sia questa mostra, proprio per un genitore queer come me. I bambolotti non hanno né un genere maschile né uno femminile. Sì, in un certo senso la mia è una provocazione. L’installazione si basa sulla mia genitorialità, sulla maternità surrogata e sulla donazione di ovuli che non sono così accettate in Giappone, né tanto meno in Italia dove questa tecnica di procreazione medicalmente assistita è vietata (Art. 12, comma 6, della Legge 40/2004, normativa che dal 2024 è considerata «reato universale» – ndR). Ho sentito che era importante che affrontassi questa questione».

In che modo la sceneggiatura di Natto Wada della commedia Being Two Isn’t Easy, il film diretto nel 1962 dal marito Kon Ichikawa, è stata per te una fonte d’ispirazione?

«Being Two Isn’t Easy è fondamentalmente un film sulla genitorialità, ma dal punto di vista di un bambino di due anni. Per me è fonte di ispirazione l’idea di un bambino che guarda noi adulti e ha un’opinione diversa dalla nostra».

Grass Babies, Moon Babies, exhibition view – Padiglione del Giappone, ph. Manuela De Leonardis

Sempre a proposito di confini, qual è per te la negoziazione tra detto e non detto nel far dialogare vita privata e vita pubblica?

«Penso che come persona queer la Biennale di Venezia sia un’occasione internazionale per parlare, diffondere idee. So che parlare della mia famiglia è una storia molto privata, ma è anche un’opportunità per una persona queer di parlare dei rapporti familiari. In questo credo di avere una grande responsabilità. I bambolotti che si muovono all’interno dell’architettura del padiglione, a volte si trovano in luoghi intermedi, come se volessero mettere in evidenza quegli spazi a cui normalmente non si presta attenzione, una sorta di zona di mezzo. Per esempio, alcuni di loro si trovano nel vicino padiglione coreano, quindi è un po’ come se cercassero di collocarsi proprio al confine. Un concetto che considero importante».

Qual è la lezione dei movimenti artistici d’avanguardia del dopoguerra, in particolare del gruppo Gutai, di Fluxus e del Judson Dance Theater, nella tua pratica artistica partecipativa che include pittura e performance?

«Quei movimenti d’avanguardia hanno fatto arte performativa, una forma d’arte molto democratica. Quando Gutai ha iniziato la propria attività, in Giappone non esisteva un mondo dell’arte d’élite. Quindi, in realtà, loro prendevano molto in considerazione la creatività dei bambini. Allora, poi, l’arte non contemplava necessariamente l’aspetto commerciale. È di grande ispirazione, per me, quel tipo di idea democratica dell’arte e della vita. Quanto all’improvvisazione è fondamentale per “giocare” con l’inquadramento strutturale. Cioè, quando succede qualcosa in un’istituzione, c’è sempre una sorta di inquadramento rigido. A volte l’improvvisazione rompe quegli schemi. Mi piace questo tipo di possibilità offerta dall’improvvisazione».

Ei Arakawa-Nash tra le curatrici Horikawa Lisa e Takahashi Mizuki ph Manuela De Leonardis

Qual è, oggi, il tuo legame con la tua città natale Iwaki City e in generale con il Giappone, considerando che ormai vivi stabilmente a Los Angeles e hai rinunciato alla nazionalità giapponese?

«Non ho più la cittadinanza giapponese, è vero. Ma questo non significa che abbia perso il mio senso d’identità, o che non mi consideri davvero giapponese. Le idee di nazione e nazionalità sono in gran parte una costruzione. La mia responsabilità è proprio quella di esprimere questo contesto diasporico nel padiglione del Giappone».

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