-
- container colonna1
- Categorie
- #iorestoacasa
- Agenda
- Archeologia
- Architettura
- Arte antica
- Arte contemporanea
- Arte moderna
- Arti performative
- Attualità
- Bandi e concorsi
- Beni culturali
- Cinema
- Contest
- Danza
- Design
- Diritto
- Eventi
- Fiere e manifestazioni
- Film e serie tv
- Formazione
- Fotografia
- Libri ed editoria
- Mercato
- MIC Ministero della Cultura
- Moda
- Musei
- Musica
- Opening
- Personaggi
- Politica e opinioni
- Street Art
- Teatro
- Viaggi
- Categorie
- container colonna2
- Servizi
- Sezioni
- container colonna1
Portraits on Stage, il festival tra i borghi dell’Aniene dedicato agli outsider della storia
Arti performative
«Ad Anticoli Corrado, nella Valle dell’Aniene, le contadine scendevano ogni mattina al fiume con le conche in testa. Avanti e indietro, ogni giorno, lungo gli scalini. Avevano un portamento regale – racconta la direttrice artistica Gloria Sapio -, erano bellissime donne dal sangue misto con saraceni e normanni, ritratte dai pittori del Grand Tour. Qualcuna era diventata pittrice, come Pasqualosa Marcelli o Margherita Toppi, apprezzata in Svizzera e quasi invisibile altrove». È da questa memoria visiva che Gloria Sapio fa partire il racconto di Portraits on Stage – Arte in Cammino, festival diretto insieme a Maurizio Repetto e Giacomo Sette, in programma dal 6 giugno al 2 agosto 2026 in nove comuni della Valle dell’Aniene. Non da un’idea astratta di interdisciplinarietà.
La nona edizione attraversa Anticoli Corrado, Roviano, Arsoli, Marano Equo, Rocca Santo Stefano, Licenza, Gerano, Subiaco e Cave con 26 spettacoli tra teatro, danza, musica, circo contemporaneo e arti visive. Nel programma una costellazione di figure che quella stessa logica sembra ripetere e aggiornare: Dora Maar, Vivian Maier, Hedy Lamarr, Alfonsina Strada, Otto Dix, Polissena. Figure che la memoria pubblica ha spesso semplificato. «La donna di Picasso», «La tata fotografa», «La diva del Wi-Fi», «La ciclista fuori posto».

«Sono storie da raccontare», dice Sapio. «Il ciclo si chiama Outsiders ed è la sezione dedicata alle artiste dimenticate, alle donne che da modelle sono diventate creatrici, a chi ha guardato invece di essere guardata. È lì che si trovano Schiava di Picasso – la storia di Dora Maar, ricostruita a partire dal romanzo di Osvaldo Guerrieri (Premio Flaiano 2003), con Monica Rogledi e la regia di Blas Roca Rey – e Essere solo l’occhio, prima nazionale su Vivian Maier, figura emblematica della Street Photography newyorkese. 88 Frequenze attraversa il paradosso di Hedy Lamarr, diva hollywoodiana e inventrice. Alfons(in)a torna invece alla storia di Alfonsina Strada, unica donna a correre il Giro d’Italia del 1924 tra gli uomini».
Il rischio, in un festival costruito su biografie e ritratti, è quello di sostituire una cornice con un’altra: la vittima, l’eroina dimenticata, il genio incompreso. Sapio distingue tra recinti e percorsi. «Un recinto è una cosa chiusa dalla quale non si può entrare né uscire. Queste sono aree tematiche». Servono a orientare il pubblico, a creare fili conduttori, a permettere una maggiore profondità. E, nel caso delle artiste donne, anche a “pareggiare un po’ i conti” con ciò che è stato troppo a lungo taciuto.

Anche i luoghi entrano nel dispositivo. Piazze, castelli, monasteri, teatri, ville e persino campetti di calcio non sono cornici suggestive. Modificano il modo in cui l’opera accade. Football Show, spettacolo di circo contemporaneo costruito sull’iconografia del calcio, si terrà al campetto comunale di Rocca Santo Stefano perché, spiega Sapio, nelle piazze dei borghi sarebbe stato “risicato”: «Se il pubblico deve entrare in campo, serve un campo».
Nove comuni, 26 spettacoli, due mesi. La logistica di un festival così disperso nel territorio potrebbe portare a una presenza di superficie: il cartellone che arriva, fa rumore e riparte senza lasciare nulla. Sapio rifiuta il modello. «Ci sono grandi festival che intercettano molto turismo, ma rimangono astronavi che si posano su un terreno, poi ripartono. Noi non siamo in luoghi turistici: sono borghi abitati prevalentemente da pendolari che lavorano a Roma. Per noi il coinvolgimento degli abitanti è fondamentale. È la vita stessa del festival.»

Il cambiamento, negli anni, è evidente. Attorno agli spettacoli è nato quasi un festival nel festival: abitanti che aprono case spesso affrescate, accompagnano gli artisti, organizzano momenti informali, fanno visitare luoghi e memorie che non compaiono in nessun programma ufficiale. Gli studenti dell’Accademia diventano presenze riconoscibili nei paesi. Il pubblico locale non resta fermo nel proprio comune, ma si sposta da un borgo all’altro, superando curve, distanze, assenza di mezzi pubblici.
«Persone che grazie al festival sono entrate per la prima volta in luoghi a dieci minuti da casa. La Villa di Orazio a Licenza, per esempio. Abitanti della valle che dicono: Ah, che bel posto!», dice ridendo Sapio. In quella frase c’è forse il senso più preciso del progetto: non portare cultura dove non c’è, ma rendere nuovamente visibile ciò che era diventato invisibile anche a chi lo abitava.

Nel 2027 Portraits on Stage compirà dieci anni. Il risultato, per Sapio, non era affatto scontato. «Non avrei mai avuto la speranza di riuscire ad avere un festival su quel territorio», racconta. Non perché manchi la bellezza ma perché mancano i flussi, l’abitudine al turismo culturale, l’infrastruttura. «Non siamo in Toscana, non siamo in Umbria. Nel Lazio, a parte Roma, la provincia è abbastanza sprovvista. E invece ce n’è tanto bisogno». Alcuni comuni contano poche centinaia di abitanti, le classi delle scuole arrivano a otto o dieci bambini. Per questo l’ingresso di Cave, con il Teatro Milco Paravani e il liceo artistico, diventa per il festival un passaggio importante: «Il grande sostiene il piccolo».
Portraits on Stage è un festival dove il ritratto scende dalla parete, i borghi non sono cornici ma parte della drammaturgia. E per il decennale, Sapio non immagina un salto di scala, ma una festa: «Con da bere e da mangiare per tutti». Forse è una dichiarazione programmatica più di quanto sembri. Portraits on Stage non porta l’arte in un territorio: parte da un territorio che da secoli produce immagini e prova a rimetterle in movimento. Anche davanti a un tavolo condiviso.














