21 ottobre 2023

A chi importa se il mondo brucia?

di

Una riflessione radicale del filosofo antispecista pone l’attenzione non solo sulla crisi climatica, ma sulla messa in discussione dello stesso concetto di ambientalismo

Roberto e Dario Amoroso, Behind the Curtain #2, still da video. Courtesy dell’artista

Nulla è poi così importante. Il mondo brucia, gli alberi bruciano, ma non è così importante. È importante per noi, ma non per il mondo: tutto, in qualche modo, è funzionale proprio perché le leggi assegnate a questa parte di universo sono assai più grandi delle nostre. Il dibattito ecologico, nel senso di ambientalismo, oggi è avvilente: tentativi antropocentrici di raccontare piante intelligenti, foreste parlanti, destini del mondo intrecciati al nostro (quella cretinaggine della “antropocene”)… e poi, peggio, tutto un linguaggio artistico per mostrare la profondità di popoli più ancorati alla natura di quelli eurocentrici e via dicendo. L’ambientalismo oggi è lo specchio inverso del problema che tenta di risolvere: se da un lato si è distrutto tutto perché ci si è sentiti troppo importanti, dall’altro si vuole salvare tutto proprio perché è a rischio la nostra importanza. Non se ne esce. Il problema è altrove, e torniamo all’inizio: nulla, soprattutto noi, è poi così importante. Siamo irrilevanti, di passaggio rapido nel sentiero dell’esistenza, del tutto periferici nella metafisica generale delle cose del mondo: vediamo una parte risibile della realtà, soffriamo moltissimo per cose che forse neanche esistono, siamo imbrigliati dentro l’entità stessa che ci dà il potere di pensare di essere liberi… la nostra mente. Della storia del nostro pianeta, senza tirare in ballo altro, sappiamo poco: i climi sono cambiati infinite volte, le specie più straordinarie si sono estinte, animali tra i più incredibili si sono passati la staffetta. Ora ci siamo anche noi, certo: ma durerà poco. Perché estinguersi per colpa del nostro inquinamento dovrebbe essere poi così diverso che scomparire per un meteorite? Sono entrambi fenomeni accidentali, creati dall’entropia delle forme di vita, e forse ancora una volta è per questo che il compito della ecologia fallisce: tende a caricare di “antropocentrismo” tutto, anche il suo presunto opposto.

Roberto e Dario Amoroso, Behind the Curtain #2, still da video. Courtesy dell’artista

Ci terrorizza pensare, e dunque corriamo subito al prossimo impegno segnato dal nostro Google Calendar, che la larga parte delle cose che stiamo facendo non abbia nessun senso particolare rispetto a uno scoiattolo che gioca con una ghianda o a una tempesta di meteore. Ci siamo inventati ogni teologia possibile per garantirci immortalità, specialismi di ogni tipo, e in fondo l’ecologia non è che una di queste teologie: un legame particolare che Homo Sapiens dovrebbe avere rispetto al destino del mondo intero. Del resto, e questo è difficile da far capire al “progressismo verde contemporaneo”, pensare che Homo Sapiens abbia il potere reale di fare qualcosa che non fosse – come dire “previsto” – dall’ordine naturale delle cose è quanto di più antropocentrico esista. Che sia la bomba atomica o il surriscaldamento globale …. ma allora cosa sto proponendo? Che l’ecologia è inutile? Non proprio, ma che è deleterio il suo linguaggio: la ragione per cui dovremmo ritrovare una qualche forma di comunione con la natura non è per “salvarla”, o per “prendercene cura”.

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