31 marzo 2021

Dieci anni di Parasite 2.0

di

Stefano Colombo, Eugenio Cosentino e Luca Marullo hanno chiuso il “primo” decennio dalla nascita del loro collettivo, Parasite 2.0. Un primo traguardo denso di progetti realizzati in svariati contesti: li abbiamo intervistati

Parasite 2.0

Sul finire del 2020, durante un momento di riflessione e raccolta di un percorso lavorativo, i Parasite 2.0Stefano Colombo, Eugenio Cosentino e Luca Marullo – hanno chiuso il “primo” decennio dalla nascita del loro collettivo. Un primo traguardo denso di progetti realizzati in svariati contesti in cui, come una sfida ogni volta diversa, si sono ri-appropriati di spazi, identità, azioni, attraverso quell’attitudine lavorativa e quell’estetica che li ha resi riconoscibili. Da contesti extra-urbani abbandonati, o da reinventare, a luoghi centrali; da spazi istituzionali, fino a fiere internazionali e musei; da progetti collettivi dal sapore situazionista, alle installazioni complesse attivate attraverso performance.

PARASITE2.0, Desert Plateau, ETSAM, MAYRIT Festival de diseño en Madrid 2020, from 10th to 20th of February 2020, Madrid, Ph. Asier Rua

Ho conosciuto il vostro lavoro per la prima volta nel 2012, quando eravate invitati – forse i più giovani – alla Biennale Architettura a Venezia. Eravate ancora iscritti al Politecnico. Come è avvenuto questo primo passo?

E.C.: È stata una sorta di necessità. L’ambiente accademico non ci consentiva di esprimerci a pieno. Così è nata l’idea di dare vita ad uno spazio nostro, dove eliminare tutta una serie di costrizioni.

S.C.: Condividevamo una serie di forti punti di vista sulla professione, trasmessi anche da diverse figure, per primo Antonio Ottomanelli, incontrate nei primi anni di formazione. Si trattava di trovare un modo per dare loro una forma, in modo più’ indipendente possibile.

Argekunst – parasite 2.0, talk, TEMPORARY LOVERS, 2019, ph. Tiberio Sorbillo

Gli studi nell’ambito dell’Architettura e dello Spazio urbano sono la vostra matrice di formazione. Cosa vi ha spinto verso l’arte visiva?

L.M.: In Italia vieni considerato un giovane architetto all’età di 40/50 anni. Gli spazi e i luoghi che ci hanno davvero dato la possibilità di esprimerci sono stati, in primis, quelli dell’arte, rispetto a che quelli dell’architettura. Inoltre, l’architettura è troppo legata a sistemi finanziari e di potere che la condizionano totalmente, riducendo spesso il suo raggio di azione e la possibilità di sviluppare qualsiasi riflessione critica sul presente.

E.C.: Oltre alla condizione di cui parla Luca, sicuramente la drammatica prospettiva di quegli anni con gli effetti tangibili della crisi economica del 2008, ci ha spinto a non precluderci alcuna strada, interessandoci così anche al mondo dell’arte visiva contemporanea. Nella nostra ingenuità dell’epoca abbiamo capito che era necessario fare un grande passo in avanti per poter fronteggiare le complessità che si presentavano di fronte a noi.

S.C.: Oltretutto l’ambito dell’arte visiva, per le nostre idee, ha rappresentato un banco di prova con tempistiche decisamente diverse da quelle dell’architettura che ci è stata insegnata.

PARASITE 2.0, S.I.A.L (Secret Investigation Agency on the Loft-Community)LabRouge, 27th March 2013, Milano

In 10 anni avete realizzato 100 progetti: da S.I.A.L. lo studio segreto realizzato all’interno di un complesso abitativo elitario di Milano fino all’esperienza al Museo MAMBO di Bologna nel 2018; dalle Biennali, ai progetti internazionali legati o alla creazione di realtà all’interno di Fiere, Gallerie o luoghi di gioco per bambini – penso a YAP MAXXI del 2016 in collaborazione con il PS1 di New York; o ancora esperienze formative come la recente residenza presso l’Accademia Jan Van Eyck o la chiamata dalla Triennale di Milano nel 2020. Ripensando a questo percorso, mi descrivete un progetto a testa per spiegare il lavoro dei Parasite 2.0?

S.C.: Alcuni lavori recenti hanno forse un grado più elevato di sintesi del nostro approccio. Si portano dietro anche le esperienze pregresse senza le quali non saremmo riusciti a elaborarli. Forse Temporary Lovers rappresenta una giusta sintesi. A partire dai temi affrontati: la costruzione dello spazio, l’interazione con studenti e altri utenti, l’uso dei materiali e un’azione collettiva sullo spazio.

L.M.: Un lavoro che racconta bene il nostro percorso è l’allestimento per la mostra I Diari di Giancarlo De Carlo sviluppato in Triennale nel 2020: una trasformazione di uno spazio, con l’inserimento di materiali ed elementi forti, ma, allo stesso tempo, trasformato in luogo funzionale, che può essere vissuto e pronto ad essere utilizzato, fruito.

E.C: Mi viene in mente il nostro primo lavoro a contatto col mondo dell’arte: il progetto Primitive Future Office sviluppato durante il periodo di residenza presso gli spazi di Viafarini. Freschi di laurea, invece che finire in uno studio di architettura, abbiamo applicato per una residenza d’artista. Lì ci siamo confrontati con un mondo per noi nuovo e abbiamo cominciato, parallelamente, ad arricchire e sfoltire il nostro bagaglio culturale ed espressivo. In quell’occasione abbiamo cominciato a sviluppare un approccio che unisse il mondo della cultura con quello professionale che in Italia sono ancora molto settoriali.

MIART 2019 – Photo: © Andrea Pisapia / Spazio Orti 14 (The Love Guru, Parasite 2.0)

Vi siete conosciuti durante gli studi e da quel momento avete sempre lavorato insieme. 3 approcci lavorativi e di pensiero diversi, che dall’esterno vengono percepiti come una realtà unica.

S.C.: Si, sicuramente lo siamo. Più che una serie di progetti, o un’unione di approcci, Parasite2.0 rappresenta proprio un percorso insieme. Una strada fatta di storie ed esperienze belle e brutte; felici e tristi e, sicuramente, di amicizia. Dal mio punto di vista è questo che lo rende speciale.

E.C.: Sì. Nel corso degli anni abbiamo sviluppato una sorta di pensiero comune riguardo alle soluzioni progettuali, ma sicuramente in ogni lavoro ci sono influenze provenienti da ognuno di noi. Influenze non necessariamente legate al risultato estetico/formale finale, ma anche a come il progetto si evolve nel suo percorso. Come in ogni lavoro c’è un mondo vastissimo che poi non appare agli occhi del pubblico. È lì che le nostre 3 persone vengono maggiormente fuori, e sono proprio quelle che custodiamo più gelosamente come gruppo, cercando di farle rimanere solo nostre.

L.M.: Credo proprio di si. Il nostro percorso è il frutto del lavoro fatto insieme. Probabilmente da soli avremmo avuto delle storie professionali completamente diverse.

PARASITE 2.0, The Notebooks of Giancarlo De Carlo, Triennale Milano, from 24th January to 29th March 2020, Milan. – © Triennale Milano – foto Gianluca Di Ioia

Una parte del vostro lavoro è legata al muoversi in ambiti e città sempre diverse. Vivevate a Bruxelles, dal 2020 siete divisi tra Milano e Londra. Può essere utile per fare il punto della situazione?

S.C.: Come ogni situazione di crisi, questo 2020 ci da una possibilità’ di riflessione. Come tutti, stiamo attraversando un periodo particolare. Stiamo cercando di immaginarci nuovi scenari, insieme.

E.C.: Allo stesso modo di come abbiamo fatto un primo punto della situazione 10 anni fa, oggi è sicuramente necessario rivedere il nostro rapporto col lavoro e con quella che è la condizione contemporanea di un individuo, costantemente frastornato e sempre di fronte a un bivio. Negli anni ci siamo abituati a lavorare distanti tra noi. Credo ci abbia aiutato a maturare maggiormente come singoli, sempre però consapevoli di far parte di un gruppo.

Quale sarà il progetto 101?

L.C.: Ci sono un po’ di cose in cantiere attualmente. Stiamo sperimentando nuovamente in maniera forte. Possibili spazi online, progetti collettivi come “The Collective of Colletives per Forecast Platform” con Jerszy Seymour che trovano espressione nella realizzazione di colonne sonore che possono trasformare spazi, nuove comunità come Antropofago Productions. Insomma, nella difficoltà proviamo a trovare qualcosa di stimolante

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