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Martin Parr è ovunque: la grande mostra al Jeu de Paume di Parigi
Fotografia
Scomparso lo scorso dicembre, Martin Parr aveva lavorato direttamente a GLOBAL WARNING, mostra che sarà visitabile fino al 25 maggio 2026 al Jeu de Paume di Parigi, con quasi 180 opere esposte che ripercorrono la carriera del fotografo inglese, dagli anni ‘70 a oggi. E in città, come direbbero i francesi, “Parr par tout”, Parr è ovunque. In ogni fermata della metro, i denti sporchi di rossetto, la signora iper-abbronzata con gli occhialini blu e le labbra rosso fuoco. Sandali di dubbio gusto ci inseguono per tutta la ville lumière. Perché l’obiettivo è «Rileggere l’opera di Martin Parr alla luce del disordine generalizzato della nostra epoca».

Parr ha documentato la nascita e lo sviluppo di un fenomeno tuttora in corso, che è quello del turismo di massa, oggi sfociato nel cosiddetto “overturism”, il sovraffollamento turistico. Ma l’aspetto affascinante è il modo in cui ha deciso di farlo. Il suo umorismo anglosassone si esprime in un approccio satirico alla realtà con l’accenno di un sorriso – cinico. Le sue opere mostrano le conseguenze dell’antropocene, dell’azione dell’Uomo sul pianeta Terra, come l’uso eccessivo di qualsiasi mezzo di trasporto, il consumismo sfrenato di beni e anche di momenti non più vissuti nella realtà ma tramite uno schermo.


Parr mostra il parossismo a cui l’uomo è stato in grado di arrivare: «Il parassita – nostro status attuale – condanna a morte colui che saccheggia e abita senza rendersi conto che a termine condanna se stesso a scomparire. Il parassita prende tutto e non dà nulla; l’ospite dà tutto e non prende nulla. Il diritto di dominio e di proprietà si riduce al parassitismo. Il diritto di simbiosi si definisce invece per reciprocità: tanto la natura dà all’uomo, tanto il secondo deve rendere alla prima, divenuta soggetto di diritto». Così il filosofo Michel Serres definisce lo stato attuale dell’uomo-parassita, che prende senza alcuna reciprocità con la natura, così come l’uomo ritratto da Martin Parr.

1983-85, New Brighton, Liverpool, UK – una signora in costume nero è sdraiata in topless, a pancia in giù, su un asciugamano bianco. Ha la carnagione chiara, che diventa leggermente ambrata nella zona più esposta al sole, sulle spalle. Ha la testa girata dall’altra parte. La bambina accovacciata accanto a lei ha i capelli rossicci, raccolti in un codino arruffato, un costume intero rosa acceso, legato dietro il collo con un fiocco azzurro, indaffarata con paletta e secchielli. Le due persone nell’immagine avrebbero tutti i requisiti per farci pensare a una idilliaca spiaggia estiva, se non fosse che la spiaggia si avvicina di più a una zona industriale che a una località balneare.

The Last Resort è la prima serie che si incontra in mostra ed è dedicata alle spiagge, d’altronde Parr non ha mai imparato a nuotare, al contrario della moglie, Susie, che è un’ottima nuotatrice. La serie diventa lo specchio delle famiglie modeste della Gran Bretagna degli Anni ‘80 – in cui lui stesso si identifica -, simbolo della fine del mondo operaio e dell’avvento di una vita sempre più consumistica.
Parlando di spiagge, sulla stessa linea d’onda farà seguito Benidorm alla fine degli anni ‘90, dedicata a quella parte della Spagna sulla Costa Blanca e anche Playas, corpus di fotografie dedicate alle spiagge affollate del Sud America. Il naturale e l’artificiale si uniscono, si perde qualsiasi logica razionale e lungo la riva va in scena la socialità più verace, per certi versi divertente e comica ma, per altri, pura unione di «Tutte le nostre assurdità e idiosincrasie nazionali».

La mostra prosegue con il capitolo TOUT DOIT DISPARAITRE (tutto deve scomparire), reso in inglese con LAST CHANCE TO BUY (ultima occasione per comprare). Interessante il legame tra i due titoli che sembrano una botta e risposta di una campagna pubblicitaria.
Il rischio di non poter più avere un qualsiasi prodotto di consumo diventa la principale ragione per acquistarlo, la maniera del marketing per indurre il desiderio del non necessario del quale si sente di aver bisogno.

Siamo nei liberali anni ‘80 di Margaret Thatcher e Parr si concentra su un soggetto poco considerato dagli altri fotografi: il consumo. Inizia in Europa per poi spostarsi verso gli Stati Uniti e poi in Asia e Medio Oriente. Con la sua fotografia dai colori saturi – quel saturo accattivante e kitsch della fotografia pubblicitaria -, Parr immortala la smania di comprare nei supermercati, ipermercati e centri commerciali, di mangiare con ingordigia alle fiere per placare il vuoto interiore dell’essere umano che si sente a sua volta merce di consumo sociale.
Dublin, Ireland (1986) mostra una serie di carrelli della spesa stracolmi: davanti al banco di un supermercato e nel carrello centrale, strabordante di prodotti in scatola, pannolini, confezioni alimentari, è stipato un neonato, lasciato per qualche istante, prodotto tra i prodotti. «Era al supermercato Crazy Prices, nella periferia di Dublino. Non ho mai voluto fotografare scene di guerra. Non avevo alcun desiderio di andare in guerra, in alcun modo. Sono andato al supermercato all’angolo perché ai miei occhi il fronte era lì».

In questo scenario di “guerra” Parr era in trincea con gli altri e mai a guardare la scena dall’alto. Il fotografo anglosassone si è sempre sentito parte del mondo che ha documentato e criticato, sebbene lui cercasse di mettere in atto una “guerriglia visiva”, specialmente nei confronti del turismo di massa. Infatti, a partire dagli anni ‘90 questo diventa uno dei suoi temi prediletti e per poterlo approfondire ha viaggiato in lungo e in largo, documentando le assurdità del turista ostinato. Sebbene i luoghi cambino, il turista mette in atto i soliti gesti: «L’omogeneizzazione dei gesti, degli atteggiamenti e degli abiti contrasta, con ironia e un pizzico di nostalgia, con la diversità dei siti e dei monumenti fotografati». Come sorreggere la Torre di Pisa con le mani o la smania di fare – “prendre” in francese – una fotografia per catturare un momento, sebbene attaccati dai piccioni di Piazza San Marco a Venezia.

Parr ha sviluppato l’occhio tanto sul gesto quanto sulle macchine. Si è concentrato prima sulle automobili, come nel 1999, a New York, nel suo primo progetto di moda per il magazine italiano Amica. E in seguito su smartphone, tablet, computer e altri dispositivi.
«Parr rimane un umanista: al di là dell’oggetto, ciò che lo attrae è l’essere umano nella sua relazione con la macchina». Il suo approccio è perciò filosoficamente speculativo, poiché incuriosito da come l’uomo possa reagire o interagire con i dispositivo del nostro secolo.


A metà anni ’70, Pier Paolo Pasolini scrisse: «La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra». Forse Martin Parr, con le sue immagini, ha voluto salvarsi dal non esserlo.
















