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Hill of Desires è il nuovo progetto editoriale sulla ruralità contemporanea
Libri ed editoria
Dopo cinque edizioni di Traffic Festival, esperienza d’arte contemporanea nell’entroterra marchigiano che, dal 2018 al 2023, ha lavorato sull’intersezione tra arti visive, performance, musica e laboratori didattici, nasce Hill of Desires, un progetto editoriale che prova a dare continuità, guardando alla ricerca artistica delle nuove generazioni e ai rapporti con la ruralità. Il volume non si configura come un semplice archivio del festival ma funge da cassa di risonanza, con un atlante visivo, saggi, contributi artistici e una bibliografia pensata per proseguire il lavoro avviato sul campo. A racchiudere il tutto, tre cover d’artista, rispettivamente di Jumana Manna, Maria Thereza Alves e Bianca Schröder.
Al centro del progetto, la ruralità intesa come condizione politica e spazio di produzione di conoscenza, lontana da letture nostalgiche o folkloristiche. Ne abbiamo parlato con i curatori del progetto, Matteo Binci, Pietro Consolandi, Giacomo Pigliapoco e Bianca Schröder.

Quando avete sentito l’esigenza di trasformare un evento effimero come un festival in un’infrastruttura editoriale? C’è una tensione tra il libro come “oggetto finito” e la vostra idea di opera come processo aperto?
«L’esigenza è nata quasi naturalmente dopo cinque edizioni di Traffic Festival (2018–2023), quando ci siamo resi conto che la temporalità estesa del festival richiede un supporto altrettanto duraturo. Il festival vive nell’incontro, nella relazione, nella permanenza effimera del rito comunitario; ma proprio questa intensità, con il tempo, ci ha fatto percepire anche i limiti dell’evento in quanto tale. Per quanto potente, un evento tende a dissolversi una volta concluso. Trasformare il festival in un’infrastruttura editoriale con Hill of Desires non è stato quindi un gesto archivistico o commemorativo, né il tentativo di fissare definitivamente un’esperienza. Piuttosto, è stato per noi un atto curatoriale e politico: il desiderio di trattenere quella densità di pensiero e trasformarla in qualcosa che potesse continuare a circolare, come uno strumento di riflessione condivisibile e transtemporale.
Per questo il libro non è concepito come un catalogo delle edizioni del festival ma come un dispositivo aperto: un atlante visivo iniziale, nove contributi testuali, tre sovraccoperte d’artista, una bibliografia ragionata e una documentazione visiva finale di ciò che Traffic è stato. La forma del libro è compiuta, ma il suo utilizzo resta aperto. La bibliografia, ad esempio, è pensata come una pratica di riflessione collettiva: un repertorio di letture che ci hanno guidato e che può continuare ad alimentare nuove ricerche. In questo senso, non intendiamo offrire una definizione conclusa di ciò che è il “rurale”, ma mettere a disposizione strumenti per aprire ulteriori connessioni. Più che un prodotto finito, Hill of Desires è un laboratorio di immaginazione: un dispositivo che raccoglie esperienze e invita a svilupparne di nuove, nutrendo ecologie affettive e pratiche di pensiero che possano continuare ben oltre il tempo del festival e oltre la nostra stessa esperienza».

A proposito del rischio di “romanticizzazione” delle aree interne, spesso trasformate in sfondi per esperienze turistiche o progettualità estrattive, come si fa – secondo voi – a non cadere in questa trappola quando si porta l’arte contemporanea in un borgo?
«Questa domanda ci accompagna sin dall’inizio. Il primo punto è evitare l’idea di “portare” l’arte in un borgo come se fosse un contenuto da trasferire dall’esterno. Piuttosto, si tratta di abitare un luogo, costruendo relazioni che precedono e seguono qualsiasi intervento artistico. Il collettivo Robida, ad esempio, nel suo contributo parla di staying with the place: la capacità di rimanere in un luogo e di viverlo nel tempo. È l’opposto della logica estrattiva del progetto che arriva, consuma e poi se ne va. In questo senso, uno dei rischi più grandi è pensare che l’arte debba “salvare” o “rigenerare” questi territori. Al contrario, l’arte dovrebbe esporsi alla possibilità di essere trasformata dal luogo stesso, lasciandosi interrogare dai saperi non istituzionali che quei contesti custodiscono e riconoscendo anche la forza delle entità non umane, come la terra, l’acqua e le rovine, che fanno parte della loro ecologia.
Per evitare la trappola della romanticizzazione o dell’esotismo marginale, è utile anche invertire la prospettiva. Come suggerisce Emanuele Braga, si tratta di avere il coraggio di “lasciare che l’arte produca mondo”, invece di limitarsi a portare nell’arte temi che poi vengono presentati in una cornice curata e istituzionale. Questo implica abbandonare categorie come quella di “riqualificazione”, spesso legata a processi di gentrificazione, e mettersi piuttosto in ascolto dei micro-ritmi del luogo: dalle dinamiche sociali delle comunità al paesaggio vivo che le circonda.
Nel contesto del festival questo ha significato accettare anche la ruvidità del territorio, i suoi conflitti, le resistenze dei suoi abitanti, senza “ripulirli” per renderli più appetibili al mercato culturale. Le relazioni nate nel tempo, cucinare insieme, condividere saperi, scambiare contatti, ospitarsi a vicenda, sono diventate parte integrante del processo artistico. Forse la chiave sta proprio nel riconoscere che l’arte, in questi contesti, non è mai un gesto individuale ma una forma di alleanza. Braga parla di un’alleanza fra vulnerabili: un’immagine che può sembrare romantica, ma non è romanticizzante. È piuttosto il riconoscimento di una fragilità condivisa di fronte a sistemi più grandi di noi, e allo stesso tempo della possibilità di esercitare, insieme, una pressione capace di generare trasformazioni reali nel tempo».

Nel libro la ruralità è descritta come condizione epistemica e politica, non come identità nostalgica. Quali sono oggi i principali fraintendimenti che incontrate quando parlate di “rurale” in ambito artistico?
«Il fraintendimento più comune è pensare il rurale come un’alterità: uno spazio altro e incontaminato, una sorta di rifugio dalla complessità urbana o una riserva di autenticità. Spesso viene immaginato come un paradiso perduto o come un passato sopravvissuto, un luogo in cui il tempo si è fermato. In realtà il rurale è tutt’altro: come ricorda Panos Giannikopoulos nel suo saggio sulle “terre asciutte” del sud Europa, è un campo attraversato da tensioni globali, segnato dal cambiamento climatico, dallo sfruttamento agricolo, dalla precarietà del lavoro e da conflitti economici e sociali. Più che un altrove, è un qui in cui si condensa in modo particolarmente evidente il presente.
Un secondo fraintendimento è ridurre il rurale a un tema da rappresentare o da esotizzare. In ambito artistico capita spesso che venga trattato come uno sfondo o come un soggetto iconografico. In realtà, come sottolinea il collettivo Myvillages si tratta piuttosto di costruire piattaforme di ascolto in cui il sapere agricolo situato possa esprimersi senza mediazioni paternalistiche. Non si tratta di “dare voce”, ma di riconoscere e attivare voci che già esistono e che possono contribuire a ridefinire il modo in cui comprendiamo il rurale».

Diteci di più.
«Un altro equivoco è quello nostalgico. Nel Visual Atlas del libro proviamo invece a mostrare una genealogia di pratiche artistiche, da Gianfranco Baruchello a Joseph Beuys, da Pino Pascali a Giuseppe Penone, dalle Nemesiache a Mirella Bentivoglio, che hanno interrogato il rurale non come oggetto di rimpianto ma come campo di sperimentazione. In questo senso, parlare di ruralità come condizione epistemica e politica significa riconoscere che questi luoghi non sono oggetti passivi da osservare o preservare, ma soggetti capaci di produrre pensiero.
La ruralità, dunque, non è un’identità da conservare né un tema da illustrare. È piuttosto una posizione da cui produrre conoscenza e immaginare altre forme di convivenza: un’intelligenza collettiva già attiva, con cui entrare in relazione e da cui lasciare che emergano nuove possibilità di mondo».

Guardando al sistema dell’arte italiano, quali trasformazioni concrete auspicate che un progetto come Hill of Desires possa innescare?
«Hill of Desires non ha la pretesa di innescare trasformazioni da solo. Se riuscirà a diventare un nodo all’interno di una rete più ampia di pratiche, ricerche e alleanze, avrà già raggiunto il suo scopo. Una delle trasformazioni che auspichiamo riguarda la riconfigurazione delle geografie del sistema dell’arte italiano. Per molto tempo l’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente su alcuni poli metropolitani; ci piacerebbe invece che le aree interne venissero riconosciute non come periferie da raggiungere, ma come luoghi capaci di produrre discorso, immaginazione e valore culturale. Questo significherebbe investire in progettualità a lungo termine e sostenere la nascita di centri decentrati di produzione artistica.
Un’altra trasformazione riguarda il ruolo stesso dell’arte. Pensiamo che l’arte possa contribuire a processi costituenti, aiutando a ripensare forme di convivenza tra umano e non umano e offrendo strumenti immaginativi come laboratori, assemblee, momenti di confronto e pratiche di cura capaci di generare relazioni concrete nei territori. Non si tratta tanto di “fare politica”, quanto di creare condizioni in cui nuove possibilità possano emergere. Allo stesso tempo, siamo consapevoli delle contraddizioni che attraversano il sistema dell’arte e delle dinamiche di potere con cui spesso bisogna inevitabilmente confrontarsi. Forse, allora, la trasformazione più semplice e al tempo stesso più radicale è iniziare a disimparare alcuni privilegi storici legati alle alte committenze e immaginare la cultura come un campo da coltivare insieme, non come qualcosa che viene seminato dall’alto.
In questo senso il libro non è un punto di arrivo, ma un passaggio. Un tentativo di aprire nuovi solchi immaginativi e di ricordare che il valore dell’arte non risiede soltanto nell’opera finale, ma anche nella qualità delle relazioni, dei desideri e delle possibilità che riesce a far germogliare nel presente».

Sabato, 28 marzo, alle ore 17, la Fondazione Made in Cloister di Napoli ospiterà una conversazione con Matteo Binci, Eugenio Tibaldi ed Elvira Vannini per presentare il progetto editoriale Hill of Desires. Durante la conversazione, si discuterà dei processi di decentralizzazione del sistema dell’arte, di luoghi marginali e del concetto di rurale.












