12 aprile 2026

Esercizi di frammentazione: Lorna Simpson a Punta della Dogana

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Dopo il MET di New York, la ricerca di Lorna Simpson arriva a Venezia con la sua più grande personale europea. Dai totem di riviste d'epoca alle grandi tele sfocate, ecco come l'artista americana riscrive la complessità del sé attraverso la logica del ritaglio

Lorna Simpson, Woman on a Snowball, 2018 © Lorna Simpson. Courtesy of the artist and Hauser & Wirth. Installation View ‘Untitled, 2020. Three perspectives on the art of the present’ at Punta della Dogana, 2020 © Palazzo Grassi, photography Marco Cappelletti.

A Venezia, sulla lingua di terra che separa il Canal Grande dal Canale della Giudecca, l’antica Dogana da Mar — ormai da quasi due decenni avamposto culturale di monsieur François Pinault in Italia — si divide quest’anno in due: non si ha più, infatti, un’unica imponente mostra, come era stato il caso per le personali di Thomas Schütte e Pierre Huyghe. Dipanati negli spazi restaurati da Tadao Ando, troviamo ora, invece, due progetti ben distinti: il piano superiore ospita Algebra, raffinata personale dell’artista brasiliano Paulo Nazareth — di cui abbiamo già parlato qui —, mentre il piano terra accoglie Lorna Simpson: Third Person. 

L’esposizione, a cura di Emma Lavigne costituisce, con le sue oltre cinquanta opere tra dipinti, collage e installazioni, la più grande mostra europea dedicata a Lorna Simpson negli ultimi dieci anni. Realizzata in partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York, dove nella primavera del 2025 è stata presentata una versione dal titolo Source Notes, il progetto veneziano continua la ricerca sul lavoro dell’artista americana, mettendo però in particolare risalto quella che è la sua produzione pittorica.

Installation views, Lorna Simpson. Third Person, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection

Nonostante l’impatto scenico dei dipinti che costellano oggi — e fino al 22 novembre — Punta della Dogana, rimane però il collage il protagonista indiscusso dell’esposizione: non inteso semplicemente come tecnica artistica, ma come postura critica; un modus operandi che informa e riattiva ogni medium con cui la Simpson entra in contatto. Scriveva nel 2018: «La nozione di frammentazione, specialmente quella del corpo, è prevalente nella nostra cultura e si riflette nelle mie opere. Siamo frammentati non solo per il modo in cui la società regola i nostri corpi, ma anche per il modo in cui pensiamo a noi stessi».

Per comprendere meglio questo approccio facciamo però un passo indietro e torniamo alla metà degli anni Ottanta, quando l’artista, traendo ispirazione da artiste femministe afro-americane come Adrian Piper o Lorraine O’Grady, comincia ad approcciare la fotografia come una costruzione da scomporre e destrutturare. In queste sue opere, combina immagini e testo per produrre una riflessione sulla percezione del corpo nero, in particolare quello femminile: Già in questa prima fase della sua ricerca si rileva dunque un attenzione per il frammento — sia esso verbale o fotografico.

Installation views, Lorna Simpson. Third Person, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection

Con il tempo, da queste riflessioni conseguono anche collage raffinatissimi, che a Punta della Dogana vengono esposti in grande numero, l’uno accanto all’altro come tasselli di una stessa visione del mondo. Tagliando e incollando immagini ritrovate, la Simpson riesce a far emergere associazioni impreviste e a creare esseri compositi e inquietanti.

Gran parte delle immagini su cui l’artista lavora provengono dalle riveste Ebony e Jet, radicate nei suoi ricordi d’infanzia e che formano un ricco archivio di simboli e memorie che nutre anche altre delle opere in mostra. È questo il caso di Black Totem: un assemblaggio di numeri d’epoca che danno forma ad una colonna alta e slanciata, un vero e proprio totem laico che rimanda alla memoria collettiva della comunità afroamericana. Versioni più modeste di queste colonne si ritrovano in altre sculture — come 5 Properties, Missing Film e Tried by Fire — dove i magazine si fondono ad altri oggetti, come cubi di vetro e busti scolpiti.

Lorna Simpson, Tried by Fire (detail), 2017, courtesy of the artist and Hauser & Wirth. Installation views, Lorna Simpson. Third Person, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection

La logica del ritaglio e della ricomposizione fotografica ritorna poi in opere di formato più grande: i frammenti lasciano la pagina e si coagulano in video e installazioni. La scultura Woman on Snowball, ad esempio, è una trasposizione su grande scala di un collage della serie Unanswerable: una figura femminile siede su un enorme palla di neve, dando vita ad un’immagine apparentemente assurda.

Lo stesso approccio infonde poi anche i dipinti, presentati qui sia appesi a parete che poggiati a terra: la Simpson parte anche in questo caso da volti di pagine pubblicitarie e materiale d’archivio che poi sfoca, ruota, sovraespone, riconfigura. Il colore vivo e le sbavature disturbano la nitidezza delle immagini, introducendo incrinature che riflettono la complessità e la pluralità delle identità rappresentate. 

In questo palinsesto di ritagli e sovrapposizioni, la Simpson ci ricorda che l’identità non è un dato acquisito, ma un montaggio precario di sguardi altrui: il corpo viene smembrato e ricomposto non per essere esibito, ma per essere finalmente sottratto alla dittatura della rappresentazione. Ne nasce così una “terza persona” che ci guarda dal confine del quadro.

Installation views, Lorna Simpson. Third Person, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection

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